10 marzo 1772: un terribile tornado devasta Favara

Autore:
Santi Maria Randazzo
20/03/2021 - 04:33

Il sacerdote Giuseppe Cafisi, arciprete di Favara (AG), ha documentato gli straordinari e disastrosi eventi atmosferici che interessarono laTerra Della Favarail 10 marzo 1772, eventi che causarono danni e distruzioni a causa di una eccezionale grandinata, durata diverse ore, e di un ciclone che distrusse ogni cosa che incontrò sul suo cammino.

Dalle prime ore di quel 10 marzo 1772 la temperatura a Favara si era abbassata in modo insolito e notevole e tale si mantenne per l’intera giornata; alle ore 19.30 su Favara si abbatte una violentissima grandinata, durata oltre tre ore, con chicchi di grandine anche di dimensioni pari a quella di una grossa arancia e, dice il Cafisi: «[...] accompagnata da fulmini, e tuoni, che gagliardamente incalzando s’ingrossò a segno da pareggiar pria le nocciuole, poi le noci, e poi le melarancie; infatti se ne pesò dopo tre ore una di due libre, e undeci oncie, oltre le tante, che se ne dicono, forse con iperbole, cadute più grosse. Si ruppero al loro empito quasi il terzo delle tegole delle case, e le vetrate delle fenestre con gravissimo danno di ciascheduno. Lo spavento, e il timore, che grandini di tal non mai quì veduta grossezza non facessero cadere i tetti delle case, preservò molta gente dalla morte, mentre da alcuni si accorse alle Chiese, e da altri a luoghi più sicuri, ove non arrivò poi il Turbine, o almeno non produsse i violenti effetti del suo furore».

Di lì a poco su Favara si abbatte la furia di un ciclone che: «[...] produsse quì deplorabili danni, che faran per gli altri oggetti di meraviglia, e per noi lo faranno per più anni di amaro pianto».

A causa dell’arrivo del ciclone: «[...] Si alzarono su quell’acque tre colonne come di agitato, e torbido fumo, l’una alla Pietra patella, l’altra alla Foce del Fiume di Naro, e la terza al di là della Chiesa di S. Leone, queste ora diritte, ora curve, tornando colla loro cima a battere, e a dividere le onde con empito, lanciavano dal seno fulmini, e tuoni, e poi unitesi le due estreme a quella del mezzo, formossene una sola, che uscita dal mare, e tornatavi di belnuovo dopo il dibattimento di un’ora, ne uscì intieramente, e dirizzò il suo corso al Nord verso quella sfortunatissima Patria».

Nel corso del suo cammino il ciclone: «Tutto rovinò, alberi, fabbriche, e siepi. Si contarono in un podere di non più che quattro tumuli di Terre (era tal campo proprio di Domenico Sorcio) 68 alberi di mandorlo svelti dal suolo, e 112 in un altro campo vicino, e innumerabili altri in tutti quei luoghi, per cui passò il Turbine, che furono l’oggetto della mesta curiosità, e spavento di tutti noi per lo spazio di più giorni […]».

Narra ancora Giuseppe Cafisi che il ciclone: «La prima casa che incontrò, tuttoché fabbricata nello scorso Maggio, restò diroccata fin dalle fondamenta, facendone volar per aria il tetto, e le tegole, e ne trasportò una trave lungi più di 500 passi. Rovesciò tante altre case, rovinò molti tetti, e quei fra gli altri della Chiesa di S. Francesco, di nostra Signora delle Grazie, cui conquassò pure il campanile, e di S. Calogero, ove cadde la pesante statua del Santo, che si spezzò un braccio, e una mano, ed in essa piena di tanta gente non accadde alcun disastro con gran meraviglia d’ognuno. [...] Entrò pure nella Chiesa Parrocchiale, ruppe la grossa stanga, che ne chiudeva la porta maggiore, fe ballare sull’alto tetto le tegole, sul pavimento i sedili, che vi erano per comodo di ascoltar la predica della Quaresima, fe vacillare il Pulpito, sollevò in aria i veli, che coprivano le sacre immagini, estinse le lampadi, ma non già le candele accese all’altare, ove è riposta la Sacra Pisside. Grande fu qui lo spavento, che provò quella Gente ivi accorsa poco pria per lo timor della grandine, ma fu maggiore, quando sopraggiunsero per lo terrore del Turbine donne scarmigliate, e confuse, uomini semivivi, e tremanti, nè può facilmente descriversi uno spettacolo così lagrimevole; la confusione, i pianti, e tutto ciò, che detta il timor della morte, produssero degli svenimenti pericolosi, e fino tre gravide fece temere di imminente aborto, sebbene una di esse solamente abbia ivi dato a luce un fanciullo. [...] Lo strepitoso fragore del Turbine accresciuto da quello delle rovine di tante fabbriche, il tremor della Terra, che sebbene non sia stato un vero Tremuoto, ma comunicatosi al suolo dallo scotimento delle fabbriche, come dalle vele a pesante Nave si comunica il moto in quelle prodotto da venti, tuttavia fu da molti sensibilmente percepito, ci fece a ragione tutto ciò temere l’eccidio del Mondo. [...] Si è saputo da chi scrive, che la statua di S. Calogero, pria di cadere a terra, fece come un giro nell’aria. Ha veduto l’Autor della presente, che il Turbine svelse dalle radici un grand’Albero di Mandorlo, che era nato in mezzo a una gran pietra, e pure colla sua violenza fiaccò anco questa, e ne fe precipitare un gran masso; come un tale effetto si vide in qualche altro luogo, ove si scorgono cadute pietre molto sorprendenti».

 

In copertina: Piazza Cavour e Castello Chiaramonte a Favara

Foto di Turturiza - Opera propria, CC BY-SA 3.0

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Queste novelle sono state custodite per tanti secoli dal popolo più umile ed illetterato o, come scrisse Giuseppe Pitrè della sua gente, “confinate nel basso volgo”; ed ora, come 150 anni orsono, quali siciliani, abbiamo il dovere di salvarle dalle nebbie dell’oblìo che minacciano di farle scomparire per sempre dalla memoria del popolo siciliano e dalla sua plurimillenaria coscienza.

Enzo Faraone

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