Agricoltura: dalla pollina un bioattivatore contro la desertificazione

Autore:
Redazione
15/09/2020 - 03:13

Rigenerare i suoli agricoli a rischio desertificazione attraverso un innovativo biotrattamento che coniuga ricerca scientifica, economia circolare e bassi costi di produzione.

È l’obiettivo di un gruppo di ricerca che, comprendente partner provenienti da Italia, Spagna e Repubblica Ceca, ha messo a punto un nuovo bioattivatore che utilizza come materie prime la pollina - il principale sottoprodotto dell’allevamento di pollame - e un preparato enzimatico naturale.

«La pollina è ricca di sostanze nutritive e rappresenta una fonte continua e a basso costo di materia organica e di nutrienti per la rigenerazione dei suoli. Mentre il preparato enzimatico deriva da una miscela di piante, come le graminacee e le apiacee, e costituisce l’elemento principale perché modifica la pollina in bioattivatore e ne determina le proprietà», spiega Alessandra Strafella del laboratorio di Tecnologie dei Materiali di Faenza di ENEA, ente che partecipa al progetto per il nostro Paese.

«Il 45% dei suoli europei è a rischio desertificazione - prosegue la ricercatrice ENEA - e puntare su nuovi fertilizzanti non basta più. Abbiamo pertanto ideato una nuova tecnica che è in grado di rigenerare il terreno, migliorare produttività e biodiversità e, soprattutto, ridurre il fabbisogno d’acqua aumentando del 25-35% la ritenzione idrica del suolo. Alla base di questo risultato, c’è un preparato di enzimi che è in grado di nutrire la grande varietà di microrganismi che popolano e rendono fertile il terreno».

Concretamente, il nuovo biotrattamento è in grado di fissare nel suolo il carbonio (+40%), che rappresenta la sostanza organica che aumenta la fertilità del terreno e ne migliora la struttura riducendo i fenomeni di erosione e preservando la sua capacità di regolare i flussi idrici superficiali e profondi. Inoltre, determina un aumento delle sostanze nutritive per le piante, come fosforo (+20%) e azoto (+40%), che vengono trattenute nel suolo e rilasciate lentamente.

Ma c’è di più. La produzione del bioattivatore è a basso impatto ambientale perché riduce le emissioni di gas serra e abbatte il contenuto di ammoniaca (-80%), responsabile del cattivo odore, rispetto alla pollina non trattata. In Europa l’allevamento di pollame rappresenta la quarta fonte di emissione di ammoniaca e ora, grazie a questo progetto, è possibile riconvertire uno scarto dell’industria avicola in un nuovo prodotto funzionale per il mantenimento della fertilità e della funzionalità dei suoli.

Finora nel nostro paese (precisamente in Calabria e in Puglia), sono state prodotte circa 3 tonnellate di bioattıvatore; in questa prima fase ENEA si è occupata del monitoraggio delle emissioni di CO2, ammoniaca, metano e idrogeno solforato, attraverso l’utilizzo sensori posti all’interno e sulla superficie dei cumuli, e dell’analisi delle caratteristiche chimico-fisiche del bioattivatore per valutare evoluzione, stabilità termica e decomposizione.

I primi test in campo sono stati condotti su campi coltivati a pomodoro a Cesena e a orzo in provincia di Foggia. In entrambi i casi i risultati preliminari si sono dimostrati promettenti. A Cesena le produzioni di pomodoro da industria ottenute sono risultate comparabili dal punto di vista quantitativo a quelle ottenute con i fertilizzanti di sintesi e decisamente maggiori rispetto a quelle del campione non trattato; dal punto di vista qualitativo, i pomodori hanno raggiunto valori di contenuto zuccherino nettamente superiori, determinando un miglioramento del prodotto e quindi del suo valore commerciale. Questi risultati sono stati raggiunti con un minore quantitativo di azoto (-69%) per ettaro rispetto a quello impiegato con una fertilizzazione minerale raccomandato dai disciplinari di produzione integrata. Nei prossimi mesi, sugli stessi appezzamenti di terreno, si ripeterà la prova, ma questa volta sulle coltivazioni di cavolo.

A Foggia i ricercatori hanno rilevato, fin dall’inizio della sperimentazione, una maggiore vigoria delle coltivazioni, una sorta dieffetto starterche il bioattivatore potrebbe avere con effetti molto più evidenti in terreni degradati. Nella fase di raccolta, i lotti dove è stato impiegato il bioattivatore sono risultati significativamente più produttivi di quelli trattati con BIOAZOTO N12 (un fertilizzante ammesso al biologico) e non trattati. Attualmente il progetto è nella fase di analisi quantitativa e qualitativa dei raccolti di pomodoro e orzo trattati con il nuovo bioattivatore.

«Il prossimo passo, una volta conclusa la sperimentazione in campo, sarà quello di verificare il miglioramento della qualità dei suoli. A breve, questo sarà possibile grazie all’impiego di sensori computerizzati, già in uso in agricoltura di precisione, che saranno in grado di rilevare le carenze del suolo e quindi di indicare quando e come usare il bioattivatore», conclude Strafella.

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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