Birribaida, la foresta scomparsa dove Federico II andava a caccia

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Redazione
01/04/2021 - 04:33

Un luogo che non c’è più e che richiama alla memoria l’affascinante figura dell’imperatore Federico II di Svevia (1194 - 1250). Parliamo della foresta di Birribaida che si estendeva da Campobello di Mazara (TP) sino a Menfi (AG) e che oggi è praticamente scomparsa: nel corso dei secoli, infatti, i terreni su cui sorgeva sono stati quasi tutti riconvertiti in vigneti ed uliveti, ma qualcosa, a testimonianza di un tempo in cui la Sicilia era un tripudio di boschi lussureggianti, ancora permane.

In Contrada Bresciana a Castelvetrano (TP) si trova una delle macchie di bosco rimasta ancora fitta di vegetazione: meno di due ettari di querce da sughero di proprietà della famiglia Asta che dal 2005 li cura e tutela.

«Quando mio papà ha comprato i quattro ettari della tenuta, qualcuno gli consigliò di estirpare tutto e piantare ulivi, ma noi, invece, abbiamo voluto mantenere questo pezzo di bosco dove camminandoci dentro si ascolta la natura», racconta Nicolò Asta, 39 anni, figlio di Aurelio.

Va ricordato che Federico II volle la foresta di Birribaida come riserva per la caccia, uno dei suoi svaghi preferiti (del resto non è un caso che sia l’autore di un trattato sull’argomento, De arte venandi cum avibus - L’arte di cacciare con gli uccelli). La foresta era anche il luogo scelto per accogliere diversi ordini monastici che gli prestavano collaborazione e supporto e, in età medievale, si estendeva a perdita d'occhio. Qui si trovavano querce da sughero, alberi di carrubo e un sottobosco ricco e fitto che attraversava le Latomie, l'attuale Parco Archeologico di Selinunte, arrivando sino alla valle dove scorre il fiume Belìce e all’agro dove oggi sorge Menfi.

A presidiare la foresta federiciana c'erano ben tre castelli: la Turris Burgimillus (Menfi), il Castrum Bellumreparum (Birribaida, Campobello di Mazara), il Castrum Bellumvider (Castelvetrano). Erano le residenze di caccia inserite nel sistema dei Castra Exempta, ossia i castelli sotto il diretto controllo dell'Imperatore.

Al Castrum Bellumvider è stato dedicato un volume assai interessante che, scritto dagli architetti Giuseppe Salluzzo, Pasquale Calamia e Mariano La Barbera ed intitolato Bellumvider. La reggia di Federico II di Svevia a Castelvetrano (GRAFILL Editoria Tecnica), ne individua l’esatta ubicazione. Dell’edificio, infatti, non si aveva più riscontro a partire dal 1355, ma i tre studiosi hanno rintracciato all’interno di Palazzo Pignatelli a Castelvetrano diversi resti di fabbrica riconducibili ad un castello del XIII secolo e li hanno identificati, anche attraverso il confronto con architetture sveve coeve, come appartenenti al Castrum Bellumvider.

Le caratteristiche architettoniche dell’edificio (pianta quadrilatera con torri ottagonali ed uso del cubito salomonico) hanno permesso di ipotizzare che risalga al XIII secolo e che, come Castel del Monte (Andria), sia stato ideato da Riccardo da Lentini, noto architetto della corte federiciana. I resti finora individuati consentono la ricostruzione della pianta originaria stabilendo una sorta di anello di congiunzione tra il castello quadrilatero di Catania e il castello ottagonale di Andria. Questa preziosa ricerca arricchisce il panorama degli studi dedicati all’architettura sveva in Sicilia, suggerendo una rivisitazione delle conoscenze storiche riguardanti l’Isola durante il XIII secolo.

Ritornando a ciò che resta della foresta in Contrada Bresciana, Giuseppe Salluzzo ci spiega che «non è strano trovare questa macchia lì che non è altro che ciò che resta di vecchissimi alberi della foresta di Federico II»: enormi querce da sughero, lentisco, biancospino, alberi di pero mandorlino, olivi selvatici, sorbi, meli selvatici e una fitta vegetazione da sottobosco.

Quello che oggi forma questa macchia mediterranea sono le querce che negli anni sono cresciute rimpiazzando quelle che, nel frattempo, erano morte. Un rinnovarsi senza che l'uomo abbia interrotto questo ciclo naturale. Nicolò Asta, agricoltore per passione ed esportatore nell'Est europeo di prodotti siciliani, in questi anni ha tutelato le querce da sughero del bosco. «La corteccia racconta la storia di ogni pianta e noi facciamo decorticare gli alberi ogni sette/nove anni da squadre di scorzini che vengono dalla Sicilia orientale, per raccogliere il sughero da destinare poi al mercato, seppur è poco redditizio», racconta Nicolò. Chissà se già ai tempi di Federico II il sughero veniva raccolto!

(Fonte: ANSA)

 

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