Carcere in Italia: non luogo di dannazione eterna, ma tappa fondamentale di una rieducazione possibile

Autore:
Federico Bizzini
21/11/2020 - 04:41

A che cosa serve il carcere? E a cosa serve la pena? Domande fondamentali a cui cerca di rispondere un saggio dal titolo volutamente provocatorio: Vendetta pubblica. Il carcere in Italia (Laterza, 2020) di Marcello Bortolato e Edoardo Vigna.

Bortolato è presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze nonché componente di diverse commissioni per la riforma dell’ordinamento penitenziario; Vigna è, invece, giornalista del Corriere della Sera. Insieme portano avanti una serie di riflessioni che, partendo dal principio che il carcerato fa parte della nostra stessa comunità e che, dopo aver scontato la sua pena, in essa “fa ritorno”, servono a smontare i tanti luoghi comuni che girano sull’argomento. Scrivono gli autori del volume: «La sensazione diffusa è che coloro che commettono un reato, ammesso che vengano scoperti e condannati, non siano puniti. E che, al contrario, fra noi, liberi di delinquere mettendo a rischio la sicurezza di tutti, ci siano persone che pur avendo subìto una condanna sono all’esterno, utilizzando una serie di istituti di legge, dalle misure alternative alla detenzione ai permessi premio, appunto. Insomma, è forte la convinzione che in Italia ci sia una sostanziale impunità. Con le carceri vuote o dalle porte aperte».

La realtà, come sottolineano i due autori, è ben diversa. Non soltanto le pene vengono scontate, ma il più delle volte in condizioni che ledono la dignità di un detenuto spesso privato di alcuni diritti fondamentali (alla salute, al lavoro e all’istruzione, ad esempio). Viene meno, dunque, il fine ultimo della detenzione e cioè far sì che il maggior numero possibile dei carcerati non torni alla vita precedente una volta pagato il proprio debito con la giustizia.

Non è Papa Francesco a parlare in favore dei detenuti («Non può esserci una pena senza un orizzonte») né il ragionamento è frutto di una legislazione lassista. È la nostra stessa Costituzione che detta i principi in materia di detenzione. La delinquenza esiste e non può eliminarsi il male, ma il carcere deve avere una funzione utile e deve tendere alla rieducazione. Il principio di fondo è quello del reinserimento sociale di cui all’art. 27 della Carta Costituzionale (“Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”).

È opportuno che i detenuti guardino alla Stato e alle istituzioni con rispetto. Purtroppo, capita che imputati e condannati siano costretti a vivere insieme in condizioni di promiscuità mentre si dovrebbero prevedere istituti a custodia cautelare attenuata: la promiscuità è fonte di pericolo non soltanto sanitario come ha dimostrato il Covid-19.

Il cosiddetto trattamento consiste in una serie di attività volte alla finalità rieducativa, ma occorre distinguere perché una cosa è il trattamento penale altro è quello degli istituti con finalità rieducativa. Rieducazione non è una questione semantica, ma implica che le celle siano aperte almeno 8 ore al giorno, con uno spazio individuale di almeno 3 metri quadri.

Sul sovraffollamento delle carceri ha fatto scuola la famosa sentenza Torreggiani con la quale la Commissione Europea ha condannato l’Italia proprio per le condizioni in cui i detenuti erano e sono costretti a vivere.

La pena toglie la libertà, ma come detto non una serie di diritti. Innanzitutto, si pone sempre più la questione dell’affettività e cioè di uno spazio in cui non solo il detenuto possa intrattenere rapporti autonomi con la propria famiglia, ma anche luoghi per l’attività sessuale. Ciò si scontra con una serie di luoghi comuni e di pregiudizi che ignorano i tanti benefici che se ne avrebbero: meno tensione, maggiore serenità e rispetto di esigenze minimali delle quali lo Stato dovrebbe farsi carico.

Non vi è dubbio che la componente principale del trattamento rieducativo sia il lavoro del detenuto. Non solo quello che viene svolto per conto del Ministero all’interno del carcere (cuoco, addetto alle pulizie etc.), ma proprio quel lavoro che ditte esterne possono fare svolgere ai detenuti. Ovviamente, è importante tutto ciò che consente l’acquisizione di una professionalità. Solo così il detenuto può tornare a sentirsi utile e sperare di non cadere nella recidiva una volta libero. La retribuzione non può essere corrisposta direttamente al detenuto, ma va consegnata al direttore del carcere che così può controllarne il lavoro svolto.

Importante sottolineare che il detenuto nel corso degli anni è divenuto un altro soggetto e il grande Umberto Veronesi sosteneva che tale dato scientifico esclude la possibilità che sussista la pena perpetua. «È insensato - diceva lo scienziato - tenere in carcere una persona fino alla fine dei suoi giorni: anche l’assassino più crudele dopo vent’anni è cerebralmente differente dall’uomo che ha commesso quel delitto».

Il nostro ordinamento prevede una serie di misure finalizzate al reinserimento sociale del condannato e al recupero dei rapporti con la famiglia. Il percorso di recupero comincia all’interno della struttura carceraria sotto la guida di personale specializzato e tiene conto della risposta positiva della persona che si avvia ad ottenere una misura alternativa alla detenzione anche all’esterno della struttura carceraria.

La legge fornisce gli elementi su cui si basa la concessione dei cosiddetti benefici penitenziari ed elenca le condizioni ostative (per esempio, gli anni di pena da scontare o il reato per il quale si è stati condannati).

In conclusione, si dice che il grado di civiltà di un paese si misura dalla gestione delle carceri e dal sistema carcerario in genere. Sotto questo profilo, noi certamente siamo messi male: sovraffollamento, promiscuità, carceri vecchie e fatiscenti site nei centri storici delle città. E la soluzione del problema non consiste nel luogo comune di ritenere che basti costruire nuove carceri. Il punto cruciale, invece, è che la detenzione in carcere non può e non dovrebbe mai essere l’unica risposta repressiva dello Stato.

 

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www.ilpapaverorossoweb.it/article/essere-donna-carcere 

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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