Ercolano e le vittime del racket, un racconto esemplare contro tutte le mafie

Autore:
Federico Bizzini
16/10/2020 - 02:31

Le vittime del racket e le loro storie. Il racconto di un cambiamento che parte dai cittadini e che da lotta di pochi si trasforma in una ribellione collettiva: un messaggio forte lanciato contro le organizzazioni criminali che dominano con assoluto potere Ercolano.

Il saggio Ercolano. Una storia antiracket (Guida editori, 2020) di Nino Daniele, Antonio Di Florio e Tano Grasso, pur non dimenticando quanto dura possa essere la battaglia di chi cerca giustizia e riscatto, offre al suo lettore una certezza e cioè che un mondo diverso è ancora possibile.

La narrazione parte dall’anno 2005. Il sindaco Nino Daniele si insedia ad Ercolano quando nella cittadina imperversa una faida fra clan. Daniele trova una città ferita nell’orgoglio, dominata dal contrabbando di tabacco e droga, dove per di più la mafia siciliana coesiste in pieno accordo con le famiglie di camorra.

In quel preciso momento storico la guerra fra clan mira allo sterminio degli avversari. Capita in questi casi di sentire il benpensante e l’uomo della strada affermare: “Tanto si ammazzano fra loro!”. Ciò rappresenta però un modo falso ed ipocrita di dichiararsi estranei ai fatti criminali, un modo antico di convivere surrettiziamente con la mafia.

Nino Daniele organizza ed ottiene il coordinamento dei VV.UU. con le Forze dell’Ordine per fare percepire la presenza dello Stato sul territorio che equivale a dire tolleranza zero.

La visibilità del sindaco dà molto fastidio e si cominciano a vedere scritte minatorie sui muri che il primo cittadino di Ercolano cancella personalmente nelle ore di punta per ostentare la sua presenza e dimostrare che non teme le minacce.

Ercolano è una città cresciuta abusivamente sulle falde del Vesuvio senza servizi e infrastrutture. Mentre stanno per partire i lavori per acquedotto e fognature si apprende di possibili infiltrazioni negli appalti da parte addirittura di ditte palermitane in odore di mafia. Grande è pertanto la preoccupazione per il rischio di partire con gare errate in nuce.

La svolta arriva quando Daniele conosce Tano Grasso, imprenditore siciliano e fondatore della prima associazione antiracket nata in Italia, e con lui instaura un meraviglioso rapporto di collaborazione. Si organizzano i primi incontri segreti con alcuni imprenditori e commercianti e, dopo un anno di lavoro oscuro, viene ufficializzata la creazione di un’associazione antiracket alla presenza di tutte autorità locali e provinciali.

Antonio Gramsci e Giustino Fortunato sostenevano che ogni scuola che si apre è un carcere che si chiude e sulla scuola a Ercolano viene fatto un grandissimo lavoro, certi che tutto si fonda sull’istruzione. Nino Daniele ha del resto ben chiaro che, se in precedenza si fosse investito di più per istruzione ed educazione, forse la storia del Mezzogiorno sarebbe stata diversa. I giovani non hanno mai avuto l’opportunità di apprezzare la bellezza né sono mai usciti dal proprio vicolo e dalla frequentazione della propria banda.

Il Comune di Ercolano poi delibera di esentare dai tributi comunali tutti coloro che denunciano atti intimidatori ed estorsioni, ma è chiaro che le sole misure economiche non sono sufficienti se non si recupera la fiducia nello Stato. Decisive, in quel contesto cittadino fatto di intimidazioni e condizionamenti, si sono rivelate la collaborazione della moglie di un boss ucciso e il primo pentimento di un uomo della ‘ndrangheta.

Il nuovo comandante della stazione dei CC ha un ruolo importante perché dà nuova linfa e dignità ai suoi uomini. Viene scoperto un libro paga di coloro che pagano il pizzo e si comincia a fare breccia tra i commercianti. L’associazione antiracket si rivela decisiva nell’aiutare gli inquirenti e si avvia il primo importante processo contro circa cinquanta uomini della ‘ndrangheta.

Bisogna anche aggiungere che la politica, quando non intesa come vantaggio personale e favoritismo, ha un ruolo decisivo contro i nepotismi e dobbiamo chiederci perché si è preferito non vedere ciò che accadeva.

Il premio Nobel Vargas Llosa, recensendo Gomorra di Roberto Saviano, scrive che non è la Campania a marcire, ma l’Italia che ha tollerato e tollera i poteri criminali.

Ed è per questo che vedere il nuovo comandante dei Carabinieri passeggiare per i vicoli e stare tra la gente diventa il segnale di un impegno quotidiano. Il militare dell’Arma ed il Sindaco sono alleati nella consapevolezza che occorre cambiare il clima dando segni tangibili come il sequestro di centinaia di motorini in uso alla manovalanza criminale che crea disagio fra i malavitosi.

Una grande testimonianza arriva da una donna coraggiosissima che dichiara pubblicamente che non intende pagare il pizzo: si chiama Raffaella Ottaviano e denuncia quattro estorsori.

Altro grande contributo viene dal Comitato Addiopizzo che costituisce una reazione verso quanti pagano il pizzo e si arriva al punto che l’imprenditore che paga viene condannato per favoreggiamento.

L’associazione antiracket esiste per ottenere denunce e dare un sostegno a quanti debbono testimoniare e costituirsi parte civile nei processi. Se ciò non avviene, il tutto si riduce ad una facciata per organizzare convegni e manifestazioni inutili.

Vi è poi una forma subdola di minaccia, la cosiddetta attak: minaccia palese ed insidiosa perché non eclatante. Consiste nell’occlusione della serratura dell’esercizio commerciale, ed è come se i criminali dicessero di avere le chiavi dell’attività mandando un chiaro messaggio minatorio.

Ovviamente, se le vittime non collaborano con le denunce, non vi può essere attività di contrasto della criminalità. La mafia anche al cinema ha un’aura di invincibilità ed invece questa narrazione deve essere combattuta, la lotta e la reazione debbono essere collettive: la persona offesa non deve essere lasciata sola a contrastare il potere criminale.

Non mancano i casi in cui il pizzo è quasi condiviso tra imprenditore e mafioso. Quando la vittima non ne può sostenere il costo e ne chiede una riduzione, intervengono i malavitosi per offrire losconto”: è come se fossero comprensivi e si compenetrassero nelle difficoltà dell’imprenditore o del commerciante.

A Gela, in Sicilia, si ebbe un esempio antesignano di riscatto possibile posto in essere dal titolare di una concessionaria di autovetture, Nino Miceli, che nell’anno 1992 denuncia un clan di estorsori e poi testimonia contro decine di mafiosi. La sua vita cambierà poiché sarà costretto a lasciare Gela per vivere in altra località segreta, non potendo più fare rientro nella sua cittadina.

A Gela per assurdo il pizzo per un certo lasso di tempo si è pagato due volte: sia ai mafiosi sia agli stiddari. Lo stesso è accaduto ad Ercolano quando un nuovo clan ha provato a contrastare quelli già esistenti.

È chiaro che la mafia non deve essere letta solo sotto il profilo dei risvolti economici, ma anche e soprattutto per il condizionamento della vita democratica delle collettività interessate. Essa determina la demotivazione degli imprenditori che sostengono un costo accessorio all’attività di impresa e sanno di dovere competere con aziende che non hanno questi costi aggiuntivi.

La prima vittima della mafia è la libertà di impresa e senza libertà economica non c’è impresa. Il Sud è sempre più Sud perché non c’è libera concorrenza. La bellezza naturalistica e architettonica delle sue regioni si scontra con la consapevolezza che è l’unica area al mondo dove non esiste la libertà d’impresa.

Cosa sarebbe il Sud senza le mafie? Adesso vi è quasi una legalizzazione della protezione.

Il pizzo è una sorta di tirocinio dei mafiosi, quasi una selezione dell’élite mafiosa, è il riconoscimento del potere di controllo sul territorio. Non bisogna solo essere bravi killer, ma bisogna anche avere prestigio. Intimidire con la propria fama.

Un’amara considerazione conclusiva consiste nel fatto che il mafioso raggiunge il suo apice quando gli viene chiesta protezione: in alcune zone, purtroppo, una prassi fin troppo radicata.

 

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