I cinquant’anni dello Statuto dei Lavoratori, un patrimonio da non disperdere

Autore:
Federico Bizzini
30/07/2020 - 04:31

Ha da poco compiuto 50 anni la rivoluzionaria Legge n. 300 del 20 maggio 1970 meglio nota come Statuto dei Lavoratori. Anniversario importante a cui la rivista MicroMega, nel numero uscito lo scorso 30 aprile, ha dedicato una sezione proponendo scritti di Piergiovanni Alleva, Domenico De Masi, Giorgio Cremaschi, Marta Fana e Fabrizio Barca.

Il volume contiene rievocazioni ed analisi sotto il profilo politico, storico e giuridico del memorabile Statuto che si intesta a Gino Giugni e a Carlo Donat-Cattin.

Una delle leggi più importanti d’Italia, sopravvissuta nel tempo con soltanto alcune modifiche, segno della sua bontà, e che ha resistito ai radicali cambiamenti sia politici che sociali intervenuti negli anni. Infatti, i principi di libertà dei lavoratori, riconosciuti e codificati per la prima volta dallo Statuto, sono stati modificati solo in parte.

Fino al Sessantotto la dimensione sociologica del contratto di lavoro non esisteva e lo sfruttamento dei lavoratori aveva raggiunto livelli non più tollerabili.

La 300/1970 viene sviscerata e ne vengono fornite quattro interpretazioni (cattolica, socialista, marxista e confindustriale): è stata comunque definita la Costituzione dentro le fabbriche.

Un baluardo è certamente costituito dalla disciplina delle mansioni, dei controlli a distanza e soprattutto dall’introduzione degli articoli 18 sulla reintegrazione nel posto di lavoro e 28 sul comportamento antisindacale: garanzie che a quel tempo rappresentarono una vera e propria rivoluzione tanto erano innovative.

Gli imprenditori già conniventi col Fascismo si trovarono a fronteggiare un ceto operaio sostenuto dal PCI che era il più forte partito comunista d’Europa. Lo Statuto dei Lavoratori è l’emblema di quella che viene definita la stagione delle grandi conquiste e riforme. Una stagione in cui vennero pure varati il diritto di famiglia, la riforma sanitaria, la legge sul divorzio e quella sull’aborto che sfoceranno poi nel compromesso storico come inevitabile coronamento politico di quel grande processo riformatore.

È certo che l’Italia non vivrà mai più un periodo di riforme così epocali anzi tutt’altro visto che adesso le destre (Salvini, Meloni etc.) vorrebbero revocare e ridiscutere buona parte di quelle conquiste.

Celeberrimo l’articolo 18 che sancisce la garanzia di effettività dei diritti: un lavoratore che ha la garanzia dei propri diritti non ha remore a partecipare alla vita politica e sindacale del Paese, si tratta di una legge intrinsecamente progressista e di tutela della Democrazia.

Lo Statuto elimina il metus del dipendente verso quello che si definiva con termine desueto il padrone. È, peraltro, una legge equilibrata perché non occorre dimenticare che le aziende con meno di 15 lavoratori sono esentate dallo Statuto.

Purtroppo, quella legge non poteva essere la panacea di tutti i problemi e la piaga del lavoro nero rimase ed è tutt’ora senza alcuna tutela nonostante sia una plateale anomalia intollerabile.

Lo Statuto soprattutto ha consentito di proteggere la professionalità acquisita dal dipendente e riconosce il diritto di difesa nelle sanzioni disciplinari che vengono sottratte all’arbitrio padronale.

L’ultimo governo Berlusconi ingaggiò una battaglia al calor bianco per abolire lo Statuto, ma una ormai epocale marcia a Roma di 3 milioni di lavoratori con Sergio Cofferati segretario della CGIL riuscì a difenderlo.

Nel 2010 con le innovazioni peggiorative di Sergio Marchionne si parla di liquidazione dei CCNL in quanto l’azienda fa ciò che vuole nei rapporti di lavoro sul principio che tutto deve essere compatibile con l’impresa. Si deve parlare della fine delle rivendicazioni e financo del sindacato?

Matteo Renzi ha attaccato sistematicamente il mondo del lavoro ed i sindacati, alla sinistra è risultata fatale la mancanza di visione di una società post-industriale, e la classe operaia è rimasta in balia dei populisti.

Con la Legge Fornero del 7 febbraio 2012 viene quasi del tutto eliminata la tutela reale con la reintegrazione nel posto di lavoro e si prevede solo la tutela risarcitoria.

Possiamo senz’altro affermare che con la frammentarietà del mondo del lavoro è sempre più difficile sostenere le lotte dei lavoratori: call center docet!

La crisi economica imperante ha fatto sì che qualsiasi offerta delle aziende sia buona: stage non pagati, tirocini gratuiti etc.; ilmeglio che nientediviene una opportunità anche se sarebbe indispensabile contro le paghe da fame prevedere il salario minimo legale.

Le badanti rimangono prive di ogni tutela nonostante il loro lavoro risponda ad una necessità avvertita, siamo in presenza di servizi sociali che sono lasciati alla disponibilità delle famiglie e non al pubblico.

Si dovrebbe prevedere il divieto di licenziare per 5 anni in caso di azione volta a regolarizzare il lavoro nero, a fronte degli espedienti datoriali per la diminuzione delle garanzie: in un caso di licenziamento illegittimo la sanzione deve essere la reintegra.

La soluzione non può che consistere nel rimettere il salario al centro e ridare dignità al lavoro prevedendo l’aggiornamento continuo dei dipendenti.

È evidente che siamo in presenza di una incapacità delle forze progressiste di intercettare i nuovi diritti e di rappresentare quei lavoratori che, in cerca di una sostanziale reazione, finiscono in balìa dei sovranisti.

 

Fotografia di copertina: Pixabay

 

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