Il censimento dei radical chic: chi ha paura degli intellettuali?

Autore:
Federico Bizzini
30/01/2021 - 06:23

«I fatti narrati in questo libro accadranno». Così Giacomo Papi lancia un avvertimento ai lettori del suo romanzo Il censimento dei radical chic (Feltrinelli, 2019) in cui, apparentemente seguendo i modi della distopia, descrive un’Italia alternativa in cui gli intellettuali, o meglio i cosiddetti radical chic, sono messi alla gogna; un’Italia che somiglia troppo a quella che, purtroppo, viviamo tutti i giorni: un Paese allo sbando in cui la cultura non è un valore, in cui certi politici parlano alla pancia di persone ormai incapaci di un po’ di logica ed in cui la maggior parte dei neuroni si bruciano guardando talk show sciatti e volgari oppure attraverso un utilizzo smodato e distorto di social e smartphone.

Il libro di Papi narra, dunque, una serie di situazioni grottesche e paradossali volte a dimostrare ciò che può verificarsi quando la società rifugge la cultura. È così assistiamo ad una vera e propria caccia a coloro che non si uniformano ad un pensiero comune in questo caso rappresentato da un modo di parlare ovvio e banale, sfrondato da tutti quei termini che non sono alla portata di tutti. Insomma, bisogna utilizzare un vocabolario ridotto all’osso perché in effetti i nemici che si vogliono combattere sono la cultura in senso lato e, poi, tutti coloro che non si adeguano a questa visione orwelliana della società.

Per ottenere ciò si pongono in essere una lunga serie di persecuzioni in piena regola.

Il primo caso che viene riferito è quello dell’uccisione di un intellettuale, il professor Giovanni Prospero, al quale si imputa soltanto di avere citato il filosofo Spinoza in un dibattito televisivo. Una citazione a cui il conduttore della trasmissione reagisce malamente con queste parole: «Nel mio programma non permetto a nessuno di usare parole difficili. Le pose da intellettuale sono vietate. Questo è uno show per famiglie e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore».

Prospero era uno studioso, non dava alcun fastidio e non aveva nemici. Da qui prende le mosse la tesi che abbiamo il dovere di difendere gli intellettuali perché sono una risorsa, una tesi che, nel romanzo, viene subito smontata dal politicante di turno che, invece, sostiene con enfasi: «Il nostro unico dovere è proteggere il popolo».

I pochi conoscenti che ricordano Prospero sono perlopiù avanti con gli anni, costretti a convivere con la paura e a muoversi in società con circospezione perché gli intellettuali ormai sono malvisti.

In ordine ad un’altra uccisione sospetta di un insegnante di latino e greco, il Ministro dell’Interno è costretto a riferire in Parlamento, ma dichiara che gli intellettuali si cercano i guai e provocano la reazione del popolo.

Bisogna parlare in modo semplice, evitare le citazioni dotte, non usare termini aulici perché tutto ciò è contro il popolo. Un popolo che viene prima degli intellettuali e i cui rappresentanti devono parlare chiaro, in modo semplice e, quindi, usando parole comprensibili.

Così vengono prese una serie di misure sconvolgenti: dai libri e dai discorsi vengono rimosse tutte le parole ricercate e viene istituito un Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic (una sorta di schedatura di regime messa in atto con la scusa di proteggerli).

I populisti si spingono ad affermare che dovranno essere gli stessi intellettuali a pagare per la loro protezione perché non possono essere messe le mani nelle tasche degli italiani. Del resto un intellettuale che dichiara di dedicarsi da tutta una vita solo allo studio di due autori è uno che mangia alle spalle degli italiani. In sostanza, il fatto che gli intellettuali parlano in pubblico, scrivono articoli ed intervengono nei dibattiti costituisce di per sé una provocazione.

Il lettore del romanzo di Papi osserva quanto accade attraverso gli occhi di Olivia, la figlia del professor Prospero, rendendosi conto man mano che in realtà si parla dei nostri tempi e di un’Italia che conosciamo bene. Non sfugga, poi, il rimprovero dell’autore ad un certo tipo di intellettuale che, in fin dei conti, troppo innamorato del suo cachemire e dei tanti libri letti, ha dimenticato di aiutare i meno fortunati, di guidarli, di dare loro speranza.

Nel libro scopriamo che Paola conosce il Ministro dell’Interno a cui chiede come è potuto diventare così visto che, da giovane, quando frequentava il liceo classico, aveva grandi interessi e otteneva buoni risultati. La disarmante risposta è che i suoi elettori ormai gli chiedono di essere questo e, pertanto, non può essere altrimenti.

Il colpo di grazia alla cultura arriva con l’istituzione di una Commissione per la Nuova Grammatica della Lingua Italiana che prevede l’abolizione del congiuntivo proprio perchè bisogna pensare su basi semplici. Inoltre, viene deciso che il dizionario debba contenere soltanto 50.000 vocaboli. Ma per una ragione o per l’altra risulta quasi impossibile sopprimere parole che si ritengono del tutto superflue e inutili: Paola prende un taxi e, parlando di musica, ad un certo punto dice che l’ascolta come antidoto, ma qui il tassista, pur rassicurandola sul fatto che non l’avrebbe denunciata alla Polizia, le ricorda che la Commissione ha vietato questo termine.

L’uso di una lingua italiana forbita e pertinente è visto come segno di corruzione e malafede, un trucco delle élite per ingannare il popolo, il quale inevitabilmente viene spinto ad una ininterrotta caccia alle streghe: i clandestini per cominciare, poi i rom, quindi i raccomandati e gli omosessuali. Adesso tocca agli intellettuali con gli effetti nefasti che possono facilmente prevedersi e le ovvie ripercussioni non solo sulla libertà di espressione, ma più in generale per quella Democrazia chiaramente in pericolo in una nazione disposta a rinunciare alla cultura.

Inutile dire, in conclusione, che nel volume di Papi ogni riferimento a fatti, cose o persone reali è puramente voluto!

 

crowfunding adas

clicca e scopri come sostenerci