Il sogno americano di John Fitzgerald Kennedy

Autore:
Federico Bizzini
07/11/2020 - 03:38

John Fitzgerald Kennedy, forse il presidente più amato della storia degli Stati Uniti d’America, è il protagonista di un libro particolarmente interessante che, scritto da Furio Colombo, ne racconta con dovizia di particolari quella vicenda umana e politica che, purtroppo, si conclude tragicamente a Dallas il 22 novembre del 1963: John F. Kennedy. Il nuovo sogno americano (la Repubblica ROBINSON, 2020 - Collana: Ritratti di Storia).

Profondo conoscitore della realtà americana, Furio Colombo per anni è stato corrispondente dagli Stati Uniti dei quotidiani La Stampa e la Repubblica e si è sempre distinto come uno dei pochi giornalisti in grado di comprenderne e farne comprendere la complessità e le mille contraddizioni. Non è un caso del resto che le sue analisi sul fenomeno Trump siano, ad esempio, tra le più lucide che abbiamo letto in questi anni.

Il giorno in cui viene ucciso, JFK ha 46 anni. Rampollo di una delle famiglie più influenti d'America, incarna, sin da quando affronta la campagna delle primarie per le elezioni presidenziali, elezioni che lo vedono vincitore per pochissimi voti su Richard Nixon nel novembre del 1960, un nuovo modo di fare politica.

Oratore affascinante, progressista, lancia in USA il messaggio della Nuova Frontiera, una serie di proposte che racchiudono il senso e la sfida della sua presidenza: intervento pubblico in economia per sostenere l'occupazione; sussidi di disoccupazione; lotta alle diseguaglianze; lotta alle discriminazioni razziali. Facile il paragone con Barack Obama dato che entrambi hanno cercato di fare degli States non solo una potenza militare, ma anche una nazione rispettata per le sue conquiste sociali.

L’epopea di Kennedy è legata a doppio filo ad un altro dei protagonisti dello scorso secolo, Martin Luther King. Alle presidenziali del 1960, infatti, circa il 70% della comunità afroamericana vota per JFK e la questione dei diritti civili delle persone di colore entra prepotentemente nell’agenda dell’uomo che occuperà lo Studio Ovale fino al novembre del 1963. Interessante sottolineare come Kennedy, quando King il 19 ottobre del 1960 viene arrestato durante una manifestazione di protesta, fa di tutto per farlo immediatamente liberare.

Durante il discorso d’insediamento, tenutosi il 20 gennaio 1961, Kennedy pronuncia la celebre frase: «Non chiedete che cosa il vostro paese può fare per voi; chiedete che cosa potete fare voi per il vostro paese». Dopo la sua elezione, l'America vive un momento di euforia interrotto solo dal fallito tentativo di sbarco a Cuba per rovesciare il governo di Fidel Castro, la cosiddetta crisi della Baia dei Porci. Trattando con Nikita Krusciov, Kennedy riesce comunque a risolvere la crisi successiva con il ritiro dei missili balistici sovietici da Cuba e di quelli USA da alcune nazioni in Europa.

La Nuova Frontiera non è fatta di promesse elettorali, ma di coinvolgimento degli americani a favore della loro nazione. Kennedy viene affiancato da uno staff di consiglieri che rappresentano il meglio del mondo dell'economia e della cultura e, come detto, si prodiga sui temi della questione razziale, anche se in effetti la legge che abolisce la discriminazione (Legge sui Diritti Civili) viene poi varata dal suo successore Lyndon Johnson.

L'uccisione di Kennedy chiude un’era ed apre una nuova fase politica degli USA. Su questo omicidio permangono ancora grandissimi dubbi perché non si riesce a credere che sia stata opera di un solo attentatore e cioè di Lee Harvey Oswald.

Il fratello minore Bob nel 1968 corre per le presidenziali con una campagna trionfale, ma viene ucciso ancor prima delle elezioni (un destino triste condiviso anche da Martin Luther King che viene assassinato il 4 aprile 1968).

Giusto, poi, spendere qualche parola per la moglie di John, Jackie Bouvier, simbolo di raffinata eleganza che porta una ventata di novità alla Casa Bianca. Mecenate dei migliori intellettuali, è una donna di cultura e parla diverse lingue. Gustoso il momento scherzoso che, nel corso di una visita ufficiale a Parigi, vuole JFK presentarsi a Charles de Gaulle così: «Io sono quello che ha accompagnato Jacqueline Kennedy e mi sono divertito a farlo».

Mi piace, infine, rimarcare che tutti i discorsi dei fratelli Kennedy meriterebbero di essere letti per intero. In particolare, possiamo ricordarne uno fatto a Berlino quando, in piena guerra fredda e con una città appena divisa dal muro, John pronuncia presso la Porta di Brandeburgo la storica frase: «Io sono un berlinese».

Appare dunque evidente, nei giorni in cui si decide chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti, che non può farsi alcun paragone fra uno statista del livello politico e culturale di John F. Kennedy e quel Donald Trump che, totalmente privo di qualsivoglia cultura e sensibilità istituzionale, speriamo sia giunto al capolinea della sua carriera politica.

 

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