La spirale del sottosviluppo: il racconto di un’Italia che uccide il proprio futuro

Autore:
Federico Bizzini
14/11/2020 - 04:05

Non è facile in Italia affrontare certe tematiche. Abbiamo un sistema formativo sempre meno performante, un mercato del lavoro inadeguato, decine di migliaia di giovani che decidono di emigrare perché non credono che il loro Paese possa offrirgli la possibilità di un futuro dignitoso ed, infine, una non gestione/comprensione del fenomeno immigrazione. Tanti problemi strutturali, insomma, di cui troppo spesso si parla a sproposito e la cui soluzione è al momento lontana anni luce.

Non è facile, dicevamo, perché il dibattito, pur acceso, non riesce a dare le risposte di cui abbiamo bisogno, risposte che spesso restano intrappolate in una narrazione che punta più al sensazionalismo che ad una corretta analisi dei dati.

In nostro aiuto arriva, per fortuna, un volume assai promettente e chiarificatore di una realtà quanto mai complessa: La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro (Laterza, 2020) di Stefano Allievi, professore di Sociologia presso l’Università di Padova che si occupa soprattutto di migrazioni in Europa, di analisi del mutamento culturale e di pluralismo.

Nel libro Allievi prova a risolvere un puzzle i cui pezzi si chiamano demografia, immigrazione, mercato del lavoro, istruzione ed emigrazione, ben sapendo che troppo spesso questi fattori vengono analizzati separatamente. Ed, invece, vanno visti nel loro essere fortemente correlati, nel loro influenzarsi l’un l’altro.

Tantissime sono le informazioni fornite dall’autore nel costruire la sua tesi.

Partiamo dalla semplice constatazione che l’inverno demografico avrà nel nostro Paese un impatto devastante soprattutto sul costo delle pensioni e della spesa sanitaria. Del resto già oggi la situazione è difficile ed è facile intuire come potrà essere fra 30 anni. Per fortuna, ci sono le nascite dei migranti che in parte compensano il calo demografico degli italiani (un contributo essenziale per la crescita della popolazione negli ultimi vent’anni che è pure stimato al ribasso dato che bisognerebbe considerare che al gennaio 2018 ben 1.350.000 stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana).

I dati che vengono diffusi sul numero dei migranti presenti in Italia sono palesemente errati. Infatti, la loro presenza è notevolmente inferiore rispetto a quella delle altre nazioni europee. Quello che gli italiani non comprendono è che alcune forze politiche hanno tutto l’interesse a non risolvere il problema perché dall’incancrenirsi dello stato delle cose lucrano consensi: si arriva, dunque, a rappresentare situazioni non vere.

Tra il 2014 e il 2020, un milione di italiani si è trasferito all’estero e nel solo anno 2018 sono stati ben 130.000 quelli che hanno lasciato il Paese: come è evidente, il problema non sono i migranti ma gli emigranti. Può sembrare assurdo, ma il fenomeno riguarda soprattutto i laureati in cerca di migliori opportunità di vita e lavoro.

Dovremmo favorire l’immigrazione regolare mentre di fatto creiamo irregolari. L’emigrazione è un costo sociale altissimo soprattutto perché a senso unico (in sostanza, chi va non viene rimpiazzato). Ormai si parla di desertificazione demografica, di spopolamento di piccoli comuni dell’interno, ma, in realtà, i tassi più alti di emigrazione riguardano le regioni più ricche. Del resto, il titolo di studio soprattutto al Sud non garantisce più un lavoro sicuro. Insomma, ricchezza chiama ricchezza, bellezza chiama bellezza e cultura chiama cultura.

Le facoltà di medicina non assicurano un numero di laureati sufficiente per la nostra sanità e saremo costretti ad importare medici. In relazione alla migrazione, sarebbe sufficiente prevedere lo ius culturae e cioè la cittadinanza a chi abbia avuto un percorso scolastico nel nostro Paese.

Il fattore C, dove C sta per Conoscenza, sarà sempre più importante, come sarà importante avere scuole e università all’altezza.

Il destino di intere città dipende dal livello culturale: ad esempio, è decisivo il numero dei laureati; inoltre, le città con maggior numero di laureati (e dove ci sono molti impieghi nei settori innovativi, che presuppongono alti livelli di formazione) offrono un maggior numero di posti di lavoro e meglio retribuiti (circostanza che diventa valida anche per chi lavora nei settori tradizionali).

Lavoriamo poco, lavoriamo in pochi, la produttività è bassa, i salari sono bassi, non abbiamo chiaro in quali settori investire. La metà dell’occupazione straniera è, invece, assorbita da poche professioni: collaboratore domestico, badante, addetto alle pulizie, venditore ambulante. Ciò smentisce tanti luoghi comuni. Gli italiani svolgono in massima parte lavori qualificati a differenza dei migranti. La presenza di personale straniero ha però consentito a tante donne italiane di poter lavorare. In ogni caso, più persone vuol dire più lavoro e più reddito, già oggi i migranti danno un grande contributo al PIL.

Da sottolineare che, anche se non avessimo i migranti, avremmo comunque il fenomeno dell’emigrazione. Inoltre, le nuove aziende avranno sempre bisogno di una fascia di lavoratori per mansioni che gli italiani non sono più disponibili a svolgere.

Non esistono soluzioni semplici per situazioni tanto complesse. La nostra popolazione è invecchiata e incupita mentre gli stranieri che arrivano da noi sono sempre più giovani, con grande spirito di adattamento, fiduciosi nelle prospettive future. È auspicabile regolarizzare chi si trova già sul nostro territorio, come, ad esempio, coloro che hanno permessi di soggiorno temporanei per ricerca di lavoro. La forza lavoro che ci occorre può essere intercettata direttamente nei campi profughi.

Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che la non integrazione produce insicurezza, guerre tra poveri, condizioni di tensione ed incertezza. Succede che i primi ad essere licenziati sono sempre i migranti che denunciano le maggiori situazioni di povertà. La conseguenza prevedibile è che caleranno gli stagionali e, con meno migranti che lavorano, si avrà una inevitabile perdita economica per il nostro Paese.

 

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