La storia del soldato Carmelo prigioniero tra gli IMI, raccontata per insegnare a vincere sulle avversità

Autore:
Marisa Falcone
19/02/2021 - 05:39

La vita ci riserva appuntamenti a sorpresa con il dolore. Dolori che non lasciano speranza perché la causa che li determina durerà per sempre, dolori che non tolgono la speranza perché lasciano intravvedere la luce in fondo al tunnel.

E Carmen, nel momento in cui si è sentita pervadere dal dolore angosciante della malattia, ha compreso che la terapia per dare forza al suo animo l’avrebbe potuta trovare immergendosi nella sofferenza del padre Carmelo che seppe fuggire dal campo di prigionia dove stavano ammassati i soldati IMI (Internati Militari Italiani) per tornare in Sicilia, per vivere e gioire dopo avere respirato l’odore nauseabondo della morte e avere imparato cosa vuol dire tremare per il freddo mentre lo stomaco urla per i morsi della fame.

Carmen recupera quel prezioso quaderno che lei stessa aveva regalato al proprio padre affinché lui vi scrivesse i ricordi di guerra e di prigionia, ricordi dei quali tante volte aveva parlato con quel tono mesto che esce solo dalla bocca di chi ha toccato le punte più alte della sofferenza.

Da quel diario, che porta inciso in ogni lettera l’orrore delle battaglie e della prigionia, nasce Fucile e mandolino. La storia del soldato semplice Carmelo (Algra Editore, 2019), in cui Carmen Coco narra le vicissitudini del proprio padre a partire da quel giorno del lontano 1942, in cui ricevette la chiamata alle armi, fino al suo ritorno nel 1945 con il cuore e la mente segnati dagli spari dei fucili, dal sangue dei soldati morti, dalle umiliazioni e dalle privazioni subite nei campi di prigionia.

Ha appena 19 anni Carmelo quando, al momento di partire, si perde nel lungo abbraccio della sua mamma che è costretta a separarsi anche da lui, dopo avere subito il distacco dal figlio più grande, già partito perché la patria l’aveva preteso.

«Carmelo lascia la famiglia e gli amici per combattere chissà dove, lui che mai aveva attraversato lo stretto di Messina e faceva la vita dei ragazzi della sua età, con la testa piena di sogni. Della guerra gli aveva parlato tante volte il padre che aveva partecipato a quella del 1915-18. E per questo lui pensava che andare a combattere fosse un dovere, un fatto necessario, inevitabile», ricorda l’autrice. «All’inizio rimane affascinato dalle bellezze che scopre nei luoghi in cui viene inviato; percorre l’Italia da Fano nelle Marche a Gorizia, poi arriva a Cattaro nella ex Jugoslavia. Sogna di tornare a casa mentre estasiato scopre l’Italia».

Ma nel settembre del 1943, dopo l’armistizio tra Italia e americani, mentre re, governo e comando supremo si danno a precipitosa fuga e scatta il piano tedesco per il disarmo delle truppe italiane, proprio mentre nascono il Comitato di Liberazione Nazionale e la Resistenza partigiana, lui, il soldato semplice Carmelo, viene denudato e costretto a deporre le armi insieme ai suoi compagni perché i tedeschi sono arrivati anche lì, a Cattaro, a riscuotere il loro tributo in vite umane.

Ricordi indelebili quelli degli accadimenti di quei giorni che dalla Storia saranno marchiati come i più tragici di quella assurda guerra: la grande catasta di armi al centro dello stanzone, l’umiliazione della nudità, i piedi divenuti improvvisamente pesanti mentre marciano sotto un cielo cupo, la deportazione in Austria stipati in un carro bestiame senza cibo e senza un cesso, perché per i tedeschi gli italiani erano sporchi traditori, anche se l’armistizio come la guerra erano passati sulle loro teste come un temporale catastrofico. Due interminabili anni scanditi da una parola che rimarrà nella testa di Carmelo e nelle sue orecchie e che lui sentirà echeggiare all’improvviso: Achtung! Come un colpo di frusta che, ormai, ha smesso di provocare dolore perché troppe volte le ferite dell’anima hanno sanguinato.

Carmelo aveva imparato a non farsi sopraffare dalla rabbia e dell’odio concentrandosi su quelle che lui, che pure era antifascista, preferiva considerarele cose buone che Mussolini aveva fatto” assecondando così le narrazioni celebrative dell’epoca buia della sua giovinezza.

Quanti visi provati dalla sofferenza e dall’orrore aveva conosciuto durante la guerra, tante vite umane spente sotto i colpi di un fucile o annientate dalle privazioni dei campi di prigionia. Ve ne erano di tutte le nazioni e di tutte le culture e religioni e lui le passava in rassegna quelle facce e ricordava le allegre cantate e suonate nei campi di prigionia che risollevavano gli animi e davano la speranza necessaria per guardare oltre il filo spinato e i pidocchi che si mangiavano il loro sangue.

Carmelo cantava con la sua bella voce e con il suo canto diradava le tenebre di quei luoghi, ma su di lui è il suono del mandolino ad avere esercitato un fascino irresistibile e così lo impara in quei mesi tra i muri sporcati dalle ingiustizie patite; e lo suonerà per tutta la vita senza riuscire a sorridere quando il suo sguardo si volge all’indietro, a quei giorni.

«Era schifato da tutte le nefandezze commesse dall’umanità, questo sì, ma non mostrava mai rancore o voglia di vendetta verso i suoi aguzzini. Lui provava indignazione e amarezza nei confronti di tutti gli esseri umani inclini al conflitto e che si stavano mangiando la Terra. Ripeteva che la guerra è il frutto dei lati peggiori dell’uomo; che l’uomo deve impegnarsi per la Pace e per salvare il Pianeta», sottolinea Carmen.

«Quando lui tornò a casa, e come lui gli altri italiani imprigionati dai tedeschi, quella patria che aveva preteso che in tanti imbracciassero il fucile non riservò loro nulla. Mio padre raccontava con amarezza di quella pacca sulla spalla che Rossano Brazzi, noto attore dell’epoca, gli diede come massimo tributo per il suo eroismo», è la triste constatazione dell’autrice.

In effetti Carmen, con il suo libro, vuole rendere giustizia agli IMI; a quegli 815.000 italiani che non furono protetti al momento dell’armistizio dell’8 settembre e non furono ricompensati per la prigionia subita. Quegli italiani che la Storia consacra come vittime dell’ideologia razzista e xenofoba tipica dei totalitarismi del ‘900.

«Non basta fare scorrere quelle immagini in bianco e nero sbiadite dal tempo perché nell’osservatore ingenerano l’inganno che si tratti di fatti remoti», dice Carmen con determinazione. «Bisogna rendere vivo e attuale il dramma di quel periodo cupo, salvare dall’oblio il vissuto degli IMI è azione doverosa e atto politico; la Scuola, le forze politiche e sociali, il popolo tutto devono continuare a dare contezza di quel dramma, perché mai debba ripetersi», sottolinea.

«Voglio che la storia dolorosa che ho raccontato nel mio libro sia un incoraggiamento per chi soffre e un impegno civile da perpetuare per affermare i valori fondamentali della pace, della libertà e della democrazia, per rendere onore alle vittime di tutte le guerre», aggiunge l’autrice che vuole promuovere tra i giovani e nelle scuole il suo libro «perché la storia del soldato semplice Carmelo, che fu strappato alla sua gioventù e ai suoi sogni, non debba ripetersi mai più».

E la bellezza del libro sta proprio nel gioco armonioso dell’alternarsi di sofferenza e speranza, nel far trapelare la solidarietà che unisce i soldati anche nei momenti bui come messaggio di salvezza per una umanità che lotta tra le avversitàperché nessuno si salva da solo”, nella resilienza perché vince chi impara a rialzarsi e a ripartire dopo ogni caduta.

Grazie Carmen, al prossimo libro!

 

crowfunding adas

clicca e scopri come sostenerci