Lu cuntu di “Si raccunta”

Autore:
Enzo Faraone
20/03/2020 - 22:01

Giuseppe Pitrè nel 1874 diede alle stampe la sua raccolta Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani che decise di aprire con il cuntu dal titolo Lu cuntu di si raccunta con il preciso scopo, come lui stesso annotò, di «mostrare che nelle novelle niente è arbitrario ma vi sono certe formole consacrate dall’uso e perpetuate dalla tradizione orale».

In questo cuntu, (raccontatogli ad Erice da Mara Curatolo, una bambina di 8 anni, un mercante promette la sua bottega a chi saprà raccontargli una novella senza cominciare con le parole si raccunta. Di tanti che vi si provano, nessuno vi riesce se non una bambina che vince la scommessa con un cuntu declamato come un canto poetico dove la modulazione della voce e le pause gli danno vita e profondità.

Molti dei lettori forestieri che amano la Lingua Siciliana come espressione viva e vitale di un popolo nobile e fiero, auspico che apprezzeranno la traduzione che ho effettuato. Il Siciliano, che nel corso dei millenni ha adoperato pure altre lingue (il greco, il latino, l’arabo, il francese, lo spagnolo e l’italiano) con meravigliose contaminazioni architettoniche, figurative e letterarie, esprime ancor oggi in poche parole o frasi intraducibili elementi figurativi che descrivono plasticamente una scena come quando all’avvicinarsi della bambina «Pigghiau lu mircanti, quant'agghica, dici: Vattinni tu murvusazza». La frase esattamente significa: «Al suo arrivo il mercante prese parola e disse: vattene tu mocciosaccia», (dove mocciosaccia significa piccola presuntuosa).

Infine v’è da notare che in Siciliano l’uso di un pronome indicativo comequesta”, piuttosto che un articolo determinativo o indeterminativo, ha uno scopo precipuamente descrittivo di una scena in movimento come è, nella novella che segue, quella in cui la bambina mostra al mercante la pulisedda che aveva trovato tra le penne del pulcino. Esattamente nella novella si dice: «Nna vota cc'era sta pulisedda, / Sta pulisedda parrava e dicia: / Nesci mircanti, chi la putïa è mia».

In risposta al quesito del mercante che le chiede come possa mai raccontargli una novella senza dire la frase “si racconta”, la bambina, senza farsi influenzare dalla domanda capziosa del furbo mercante, gli si avvicina (quantu agghica idda) e gli dice: «Una volta c’era questa polizzina, / Questa polizzina parlava e diceva: / Esci mercante che la bottega è mia». L’uso del pronome questa” (pulisedda) in luogo dell’articolounainduce l’ascoltatore avederela bambina stendere il braccio verso il mercante mostrandogli il foglietto che teneva in mano, quel foglietto che parlava e sentenziava la sua sconfitta.

 


 

Lu cuntu di «Si raccunta»1

 

Si riccunta e si riccunta ca 'na vota cc'era 'na mamma e 'na figghia. Sta mamma avia tanti puddicini2, e si nni ija3 a la missa, e cci li lassava a la figghia. 'Na jurnata cci dissi:

- «Saddaedda, Saddaedda4, ti lassu sti puddicini: vidi ca ha' a scupari la casa, ha' a cunzari lu lettu, ca poi vegnu.»

Saddaedda cunzau5 lu lettu, scupau la casa, poi si pigghiau un puddicineddu 'n manu; a stu puddicineddu cci misi a circari piducchieddi, linnireddi6; nna 'na pinnicedda cci avia 'na pulisedda7, e sta pulisedda cci vinni 'n manu a la picciridda.

Ora cc'era un mircanti; stu mircanti vinnía robba; comu vinnía robba era un riccuni di chiddi 'n funnu8, e cui cci dicia un cuntu senza diri «si raccunta,» pigghiava e cci dava la putïa9. Tanti e tanti cci ìjanu e tutti cci dicianu:

- «Si raccunta», e iddu cci vincía lu pattu. Cci iju sta picciridda cu sta pulisedda e cci dissi:

- «Signuri e mircanti10, io sugnu vinuta pi cuntàricci11 un cuntu senza diri si raccunta.» Pigghiau lu mircanti, quant'agghica12, dici:

- «Vattinni tu murvusazza13! Comu cci la sai a cuntàrimi lu cuntu senza diri si raccunta?»

Quantu14 agghica idda e cci dici:

«Nna vota cc'era sta pulisedda15,

Sta pulisedda parrava e dicia:

«Nesci mircanti, chi la putïa è mia.»

E arristau chidda picciridda patruna di la putïa, e lu mircanti si nn'appi a jiri16.

Idda arristau filici e cuntenti

E ccà niàtri17 senza nenti18.

E lu cuntu accabbau19.

Erice20

 

Note

1 Apro con questa novellina la raccolta, come quella che comincia con mostrare che nelle novelle niente è arbitrario; ma vi sono certe formole consacrate dall'uso e perpetuate dalla tradizione orale.

2 Puddicinu, pulcino. Notisi che nelle parlate di Erice, Trapani, Marsala ecc. nelle voci puddicinu, beddu, iddu, moddu, ove son sempre due dd, si fa sentire dopo di esse una mezza r: quasi puddricinu, beddru, iddru, moddru ecc.

3 E se ne andava.

4 Saddaedda, vezzeggiativo di Rosaria.

5 Cunzari, conciare, acconciare, qui rifare.

6 Puddicineddu, piducchieddu, linniredda, dim. di puddicinu, pulcino, pidocchiu pidocchio, linnira o linnina, lindine.

7 Pinnicedda, pulisedda e più sotto picciridda; dim. di pinna penna, pòlisa polizza, picciula piccola, bambina.

8 Era un riccone di quelli sfondati.

9 Putïa, che altrove si pronunzia putiga, putèga, buttiga, bottega.

10 E si suol mettere anche in mezzo a due sostantivi senza che perciò li riunisca.

11 Pi cuntàricci, per contarle.

12 Agghicàri, v. intr., giungere, arrivare. Quant'agghica, sì tosto che giunge.

13 Murvusazzu, avvil. di murvusu, si suol dire di persona sporca, cui il moccio coli giù dal naso. Ma per lo più si dice a' fanciulli che senza potere o saper nulla, s'impancano a voler fare e sentenziare.

14 Quantu, qui vale: ed ecco che, quand'ecco.

15 La narratrice alzava la mano quasi indicando la polizzina.

16 Si nn'appi, se n'ebbe, se ne dovette andare. Nn' o nni, qui pron. ne.

17 Niàtri, che pronunziasi anche nijàtri, nujàtri, nuàtri, nu' àutri, noialtri.

18 Chiusura comunissima nelle novelle siciliane. Assai altre chiusure si vedranno nel corso di queste novelle.

19 E il conto, la novella, finì. Accabbari, v. intr., finire, cessare, morire.

20 È comunissimo in Erice, e in molti luoghi della provincia di Trapani; ove si ha pure il sost. accabbata per fine, termine. In Palermo e provincia si usa ma molto raramente e quasi sempre nel significato di morire. Chi cerca etimologie e figliuolanza di parole ricorderà subito l'acabar degli Spagnuoli.

(Note originali di Giuseppe Pitrè)

 


 

Il racconto di “Si racconta”

 

Si racconta e si racconta che una volta c’erano una mamma ed una figlia. Questa mamma aveva tanti pulcini e (quando) se ne andava alla messa li lasciava alla figlia. Un giorno le disse:

- «Saddaedda, Saddaedda, ti lascio sti pulcini: vedi che devi spazzare la casa e rifare il letto che poi vengo.»

Saddaedda rifece il letto, spazzò la casa, poi prese un piccolo pulcino in mano; a questo piccolo pulcino iniziò a cercare pidocchietti e ovetti di pidocchio, in una piumetta aveva un fogliettino e questo fogliettino venne in mano alla bambina.

Ora, c’era un commerciante che vendeva merci varie ed era ricco sfondato che (aveva scommesso che) a chi gli avrebbe raccontato una storia senza dire “si racconta” avrebbe dato la bottega. Tanti e tanti ci andavano e tutti gli dicevano “si racconta” e lui vinceva la scommessa.

Ci andò questa bambina con questo fogliettino e gli fece:

– «Signore e mercante, io sono venuta per contarle un conto senza dire si racconta.» Il mercante quando arrivò prese e disse:

– «Vattene tu mocciosaccia! Come fai a raccontare un racconto senza dire si racconta?»

Ed ecco che quando lei arriva gli dice:

«Una volta c’era questo foglietto,

Questo foglietto parlava e diceva:

Esci mercante, che la bottega è mia!»

E quella bambina rimase padrona della bottega e il mercante dovette andarsene.

E (mentre) lei rimase felice e contenta qui noi (restammo) senza niente.

E il racconto è finito.

Erice

(Traduzione dalla lingua siciliana a quella italiana a cura di Enzo Faraone)

 

crowfunding adas

clicca e scopri come sostenerci

In questo spazio, “Storie di Sicilia”, ci muoviamo alla velocità del pensiero attraverso il tempo e conosciamo i “Personaggi Illustri” che hanno reso questa terra misteriosa grande e colta nei millenni.
Ricordiamo che cosa “Capitò” in tempi vicini e lontani raccontando le antiche vicende dei suoi primi abitanti e quelle dei tanti conquistatori, che furono poi conquistati, le storie di re e regine, santi e poeti, studiosi e letterati, architetti e artisti, matematici e scienziati, del popolo siciliano così variegato per indole e geni, miscuglio mirabile di tante lingue, culture, tradizioni ed arti lascito delle tante dominazioni che quest'isola ha prima accolto e poi congedato.
Soprattutto, poi, lentamente, con i tempi nostri siciliani, offriamo al lettore “Cunti Fàuli Nueddi”: piccoli racconti e leggende della Sicilia dove è racchiusa tutta la vita antichissima di un popolo con la sua lingua, la sua storia, i suoi costumi, suoi pensieri, le sue aspirazioni e le sue tante e tante illusioni. Nelle novelle popolari siciliane vi sono mille e mille elementi per la interpretazione di fatti storici magari esagerati dalla fantasia popolare; e, nelle favole poetiche fatte da tutto un popolo, vi è maggiore verità che nella loro descrizione scritta da un uomo pur se uno storico.
Queste novelle sono state custodite per tanti secoli dal popolo più umile ed illetterato o, come scrisse Giuseppe Pitrè della sua gente, “confinate nel basso volgo”; ed ora, come 150 anni orsono, quali siciliani, abbiamo il dovere di salvarle dalle nebbie dell’oblìo che minacciano di farle scomparire per sempre dalla memoria del popolo siciliano e dalla sua plurimillenaria coscienza.

Enzo Faraone