Non c’è fede che tenga: quando la minaccia all’integrazione arriva dal multiculturalismo

Autore:
Federico Bizzini
09/10/2020 - 03:23

Un saggio interessante ed attuale che, mettendo da parte quel finto perbenismo oggi tanto di moda tra gli operatori dell’informazione generalista, analizza in modo lucido e tagliente la realtà che ci circonda. Tutto questo è Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli, 2018) che, scritto da Cinzia Sciuto, parte dalla considerazione che in Europa viviamo ormai in una società sempre più complessa in cui le tante disomogeneità ci spingono a ricercare nuovi equilibri, nuove forme di convivenza.

Secondo la Sciuto, i conflitti etnici e religiosi che si vivono nelle periferie impongono una visione della società radicalmente laica. Il tema viene sviluppato con ampia analisi delle tematiche relative alla coesistenza del diritto di osservare da un lato le proprie convinzioni religiose e dall’altro i principi dello Stato libero e democratico.

Occorre, quindi, individuare un nucleo di valori sostanziali che abbiano ad oggetto diritti umani e laicità poiché la deriva fondamentalista è comune a tutte le religioni. Chiariamo che l’avversario del laico non è il credente, ma il fondamentalista che pretende di subordinare i diritti dello Stato ai principi della propria fede. Ciò non toglie che i laici si siano battuti per inserire le radici cristiane nella Carta dell’Europa.

A nessuna religione però può essere concesso di violare i diritti fondamentali dei membri della comunità politica e il credente deve accettare il principio della laicità e, soprattutto, accettare la relatività della propria fede. Vi sono realtà come quella degli USA, non sufficientemente laici perché permeati dai valori della religione.

Aspetto interessante è quello dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche che è ammissibile solo se la società è omogenea e non vi sia una molteplicità di stesse richieste da parte di altre confessioni. La laicità è vista come separazione tra potere politico e religione (date a Cesare e date a Dio) perché le religioni tutte hanno dimostrato nel corso della storia di sapere servire l’amore e la coesistenza tanto quanto l’odio, la violenza e il razzismo.

Se una religione mette in discussione i diritti, è quella credenza che deve essere messa in discussione e non i diritti. La mentalità maschilista, ad esempio, ha o non ha a che fare con la fede cattolica?

Esistono però movimenti cattolici progressisti che dimostrano l’esistenza di esperienze in contrasto con l’interpretazione dominante, la religione in ogni contesto può avere una funzione progressista o reazionaria.

Appare comunque chiaro, passando in rassegna la cronaca dei nostri giorni, come ancora non si sia raggiunta la giusta consapevolezza per capire che prendere posizione rispetto ad un problema è necessario, se quel problema si vuole risolverlo. Un musulmano, pertanto, non deve prendere le distanze dal terrorismo, trattandolo come qualcosa che non lo riguarda poiché non ne è direttamente colpevole, ma ha il dovere di prendere posizione contro di esso. E questo perché va mandato un segnale inequivocabile contro coloro, in questo caso i fondamentalisti islamici, che approfittano di questo silenzio, di questo voltarsi dall’altro lato.

Un meccanismo che, purtroppo, noi in Italia conosciamo benissimo: per lungo tempo in Sicilia, infatti, si è giustificato il silenzio sulla mafia, silenzio che ha creato un humus fertile per il proliferare di Cosa Nostra, mentre invece si sarebbe dovuto gridare ed operare contro di essa per non diventarne complici.

Altro tema importante dibattuto nel volume della Sciuto è quello del velo, che alcune religioni impongono alle donne di usare. Non è un fatto estetico o di abbigliamento e va trattato, innanzitutto, come una questione di sicurezza in uno Stato laico e di libertà individuale dei cittadini.

La questione del velo pone seri problemi in una ottica etico-politica di libertà e non può prescindersi dal riferimento religioso costituito dalla Prima lettera ai Corinzi di Paolo (11, 3-10): «Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega e profetizza con il capo coperto manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega e profetizza senza velo sul capo manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli. Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna è invece gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli».

Da questa lettura appare chiaro quali siano le conseguenze insite nell’indossare quello che di fatto è un simbolo carico di storia e significato: abbiamo di fronte un modello culturale che porta avanti da secoli la narrazione che coprirsi il capo si lega a belle parole come modestia, dignità e onororabilità e che vuole la donna tentatrice, una donna il cui corpo va nascosto per non far cadere in tentazione l’uomo (questo discorso vi ricorda qualcosa?). Anche se è vero che quella di indossare il velo può essere una libera scelta, ciò non toglie che ha riflessi pubblici ed è importante che se ne discuti non dimenticando che parliamo di uno strumento politico utilizzato, il più delle volte, per riaffermare una tradizione barbara ed odiosa.

La sopravvivenza di una cultura è un valore in sé da tutelare sempre e comunque, ma allo stesso tempo forme di vita ingiuste o violente non debbono essere permesse. Infatti, il rispetto per una religione non significa tollerare forme patriarcali o indifferenza per pratiche insostenibili.

Parafrasando il Vangelo possiamo dire che le culture sono fatte per l’uomo e non viceversa. Una delle condizioni per un governo repubblicano individuate da Kant è la dipendenza di tutti da un’unica legislazione comune.

In conclusione, non è superfluo rilevare che la nostra Cassazione ha sempre statuito che al primo posto occorre mettere la protezione dei valori dell’ordine pubblico, della salute e della morale.

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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