Non sprechiamo questa crisi: risanare il sistema per dare un futuro ai nostri figli

Autore:
Federico Bizzini
16/01/2021 - 05:22

La crisi determinata dal Covid-19 ha messo in evidenza sia i tanti difetti che la precarietà del nostro sistema economico. Una crisi tanto grave da richiedere l’intervento dei governi che da un lato provano a stimolare un’economia al collasso e dall’altro si adoperano per rallentare la diffusione della malattia. Il grosso problema è che l’intervento che si richiede ha bisogno di una struttura assai diversa rispetto a quella che i governi hanno scelto, in tempi non sospetti, di avere. Infatti, almeno dagli anni Ottanta, questi hanno abdicato alle loro funzioni e lasciato che fossero le imprese ad indicare la via e a creare ricchezza, riservandosi di intervenire solo per risolvere i problemi che man mano si sono presentati. Così facendo, però, si è visto che i governi non sempre sono pronti ad affrontare crisi come quelle dettate dall’emergenza climatica o dal Covid-19. Insomma, la totale assenza di prevenzione e questa sorta di geniale strategia che porta ad attendere il verificarsi di unoshock sistemicoprima di intervenire fanno sì che si arrivi sempre impreparati.

Parte da qui l’interessante volume Non sprechiamo questa crisi (Laterza, 2020) scritto dall’economista Mariana Mazzucato che sottolinea come oggi si sia presentata l’occasione di approfittare di questa crisi per capire come fare capitalismo in modo differente.

Chiaro che debba essere ripensato il ruolo degli Stati che non solo non possono più permettersi i tagli indiscriminati (fatti spesso in nome dell’austerità per ridurre il debito pubblico) che hanno indebolito quel sistema che avrebbe potuto proteggerci dal virus senza troppi affanni, ma anche, nel momento in cui decidono di creare partenariati fra pubblico e privato, devono strutturarli in maniera tale che ci siano vantaggi sia per l’economia che per i cittadini. Secondo la Mazzucato, il ruolo dello Stato deve essere attivo e volto a plasmare mercati che portino ad una crescita sostenibile ed inclusiva. Bisogna, inoltre, tornare ad investire per dare vita ad istituzioni in grado di prevenire le crisi o, almeno, di affrontarle al meglio.

Discorso a parte merita la questione del tanto denaro distribuito, nonostante un debito pubblico sempre rilevante, per rispondere alle richieste di salvataggio o assistenza delle aziende andate in difficoltà dopo la crisi finanziaria globale del 2008: quando dà aiuto, lo Stato lo fa con i soldi dei cittadini e dovrebbe darlo solo a certe condizioni.

In genere, però, non sono state poste condizionalità e ciò è inaccettabile. Per raccontarne soltanto una, in Inghilterra easyJet ha beneficiato di un finanziamento di 600 milioni di sterline, nonostante il mese prima avesse pagato 147 milioni di dividendi agli azionisti. Quando l’economia prospera ignoriamo lo Stato, ma vi è invece la necessità di “socializzare” anche i ricavi pensando, ad esempio, al cosiddetto “guadagno di cittadinanza”.

Ci sono governi che già operano seguendo certeregole”. Quello danese, difatti, ha negato i finanziamenti alle imprese che avevano sede in paradisi fiscali ovvero che avevano pagato dividendi agli azionisti o che avevano impiegato i capitali per il riacquisto di capitali propri. Questo mentre, invece, la FCA (Fiat Chrysler Automobiles) ha chiesto un ingente finanziamento pubblico pur non avendo sede legale in Italia ormai da anni.

Il Covid-19 ha messo in evidenza le carenze del sistema pubblico nell’approntare un’adeguata risposta sanitaria ed ha dimostrato che una fascia della popolazione ha affrontato l’emergenza in condizioni di povertà ovvero di divario digitale. L’Europa, che nel prossimo futuro sosterrà uno sforzo immane, deve orientare la strategia degli investimenti e guidarne l’impiego.

L’ottica a lungo termine non deve essere solo quella di uscire dall’economia dei sussidi, ma di una nuova collaborazione fra Stato, imprese e lavoratori anche perché le aziende non potranno essere immediatamente autonome. Gli economisti di scuola keynesiana assegnano allo Stato il compito di sviluppare le infrastrutture fisiche ed umane di un’economia di mercato.

Il fallimento dell’attuale modello economico è determinato proprio dall’avere lo Stato trascurato i beni pubblici essenziali. Anni di cronica mancanza di investimenti pubblici si manifestano adesso in tutta la loro evidenza (ad esempio, sotto il profilo sanitario). Pertanto, si rende indispensabile una nuova era di investimenti pubblici e ciò potrà creare nuovi posti di lavoro e, quindi, nuovi percettori di reddito per stimolare il mercato.

Vale la pena ricordare che durante la Seconda Guerra Mondiale il governo americano guidò la produzione di massa della penicillina per soddisfare il bisogno sanitario. Oggi si chiede agli Stati un intervento massivo per prevenire altre future (e probabili) pandemie.

Anche alle imprese deve essere chiesto uno sforzo che, poi, è semplicemente quello di non avere a cuore esclusivamente l’interesse immediato degli azionisti che ha comportato anche gravi costi occupazionali, deterioramento delle condizioni di lavoro, disinteresse per l’ambiente e l’innovazione. Nei rapporti tra Stato ed aziende è auspicabile il ricorso alle condizionalità per salvaguardare l’occupazione e la sicurezza del reddito delle famiglie.

La crisi ha sottolineato che siamo sani solo se lo sono anche i nostri vicini, considerazione che impone necessariamente che gli sforzi economici delle nazioni siano coordinati. Ormai possiamo trarre delle valutazioni appropriate delle cause e degli effetti della pandemia. Si è trattato di un virus transitato dagli animali all’uomo in una lontanissima regione della Cina e ciò dimostra che tutti i paesi sono interdipendenti. A prescindere dalla tempestività delle misure di reazione poste in essere dalle singole nazioni, è risultato chiaro che una pandemia comporta limitazioni alla libertà di circolazione e anche ad altre libertà essenziali. Ma tutto ciò non solo si è reso indispensabile, ma è stato necessario nell’interesse sovranazionale perché le misure, anche drastiche, che vengono adottate in singoli paesi possono risultare parziali e non del tutto efficaci.

Peraltro, è anche evidente che il tipo di intervento mette in luce un diverso approccio delle singole nazioni frutto dei sistemi istituzionali vigenti. In Cina l’approccio è stato da subito tassativo e frutto di imposizione, proprio in considerazione della mancanza di controllo da parte dell’opinione pubblica e della non necessità di rendere la popolazione partecipe delle scelte effettuate.

Tutto ciò è impensabile nelle nazioni democratiche dove i governi hanno, ovviamente, reso pubbliche quotidianamente e quasi minutamente tutte le decisioni prese.

È altresì chiaro che in Italia la reazione al Covid-19 ha denotato differenze nella reazione delle singole regioni e ciò ha permesso di testare l’efficienza dei diversi sistemi sanitari.

Infine, la situazione vissuta ha evidenziato come sia auspicabile che lo Stato non si sottragga in futuro ai suoi doveri esercitando la funzione che gli è propria di intervento, in virtù del fatto che le economie portate avanti in passato e la politica del pareggio di bilancio hanno mostrato quali effetti deleteri possono prodursi.

 

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