Pescatori di uomini, la necessità di restare umani

Autore:
Federico Bizzini
16/07/2020 - 04:23

Solo per puro caso ho acquistato un saggio che è stato per me una bellissima scoperta: Pescatore di uomini (Garzanti, 2020) scritto da don Mattia Ferrari e dal giornalista Nello Scavo.

Tutto ha inizio in una libreria di Scordia dove, sentendo dire ai presenti che Scavo è proprio originario di quelle parti, mi sono incuriosito a tal punto da concedere una possibilità a quel volume su cui non nutrivo troppe aspettative. Infatti, non so perché ma ritenevo si trattasse della solita narrazione di una ordinaria esperienza mistica di un giovane sacerdote.

Ed invece è molto di più, un testo che si legge con estremo interesse e che non finisce di sorprendere fino all’ultima pagina.

Il giovane prete è animato da un sincero fuoco per una Chiesa post-conciliare protesa verso coloro i quali ne sono lontani non necessariamente per convertirli ma anche soltanto per farli sentire amati.

Nel libro si parla del seminario come tempo per misurarsi con la realtà circostante: ad esempio, con i carcerati, umanità sofferente che se avesse conosciuto l’amore della Chiesa non avrebbe deviato (questo è sicuramente un giudizio contro i luoghi comuni dei benpensanti).

A 22 anni Ferrari incontra due extracomunitari che gli cambiano la vita per sempre. Il primo è un nigeriano arrivato su un barcone che viene trasferito in diversi centri in tutta I’Italia fin quando a Bologna incontra il vescovo Matteo Maria Zuppi che lo accoglie in una struttura della sua diocesi. La coordinatrice di una parrocchia che ospita migranti si mette a disposizione e don Mattia ne trae la convinzione che i migranti ti fanno scoprire la vera umanità.

Per caso, poi, il giovane prete conosce un altro ragazzo che da settimane vive nella stazione di Bologna con una storia durissima alle spalle, una storia fatta di vessazioni subìte in diverse nazioni africane attraversate per giungere in Libia. Qui è costretto a lavorare come schiavo e quando scappa viene ripreso dalle milizie che lo torturano. Alla fine riesce fortunosamente a trovare posto su un barcone e giunge in Italia dove vive la trafila della burocrazia e della clandestinità. Mattia è commosso e colpito da questa storia e, non avendo alcuna soluzione, si rivolge ad un centro laico di accoglienza dei migranti dove effettivamente l’extracomunitario viene ospitato. Il cerchio si chiude con i ragazzi del centro che inaspettatamente invitano proprio il vescovo Zuppi.

Altro protagonista importante di questa storia è l’attivista Luca Casarini, ex leader dei centri sociali che fonda l’ONG Mediterranea Saving Humans per prestare soccorso in mare ai migranti. Del progetto viene interessato anche il vescovo tanto disponibile ad aprire il cuore ai bisognosi.

Cosa fa un prete a bordo della Mare Jonio? Casarini che si trova da qualche tempo a Palermo chiede di parlare con l’arcivescovo Corrado Lorefice. Gli manda una mail e dopo poco tempo riceve una risposta. Luca si è sempre battuto contro le ingiustizie nei confronti dei più umili e manifesta a Lorefice il desiderio di avere un prete a bordo perché vi sono uomini di tante religioni e con tante esperienze diverse.

La scelta ricade su Mattia che da cappellano di bordo ha l’opportunità di conoscere persone incredibilmente normali (e speciali allo stesso tempo) venendo a contatto con le loro storie. La nave gli sembra qualcosa di sacro in cui vengono salvati uomini che fuggono da sofferenze indicibili. E, grazie all’esperienza sulla Mare Jonio, vede avverarsi la parola di Dio di cui nel libro si riportano tanti passi suggestivi.

La sua “avventura” diviene nota al grande pubblico e Fabio Fazio lo invita alla trasmissione TV Che tempo che fa insieme a Roberto Saviano e al sindacalista Aboubakar Soumahoro.

Tutta la vicenda può essere riassunta con la parabola del buon samaritano che è l’unico a prestare soccorso ad un uomo aggredito e lasciato mezzo morto dai banditi: un sacerdote e un levita vedono il ferito ma passano oltre mentre il samaritano, che avrebbe dovuto restare indifferente, si ferma a soccorrerlo. È quello che la chiesa dovrebbe sempre fare con gli emarginati, gli ammalati, gli anziani soli, i lavoratori sfruttati, i carcerati e i migranti.

Sulla nave Mattia ha sperimentato tutto ciò: davanti all’umanità ferita, quelli della Mare Jonio non si voltano dall’altro lato.

Una delle esperienze più strazianti per il giovane prete è stata quella di assistere alla morte in mare di migranti caduti da un barcone. Quelli della Mare Jonio poi non raccolgono l’invito a riportare in Libia i migranti soccorsi e ciò per un principio di Diritto Internazionale per cui bisogna portarli nel più vicino porto sicuro ed è difficile considerare tale quella Libia dove vengono praticate torture disumane.

In modo opportuno viene citato il passo biblico dedicato a Caino e Abele («Dov'è Abele, tuo fratello?»). Siamo noi i custodi dei nostri fratelli, a maggior ragione di quelli che soffrono.

Su quella nave si vive la civiltà dell’amore, così come nelle parrocchie o ovunque venga prestato soccorso incondizionatamente.

Respingiamo i migranti, a causa della nostra paura, con una distinzione artificiale di migranti economici e migranti per necessità: anche il bisogno e la miseria sono una giusta causa per migrare e qui ci tocca rivendicare il diritto dell’uomo alla libertà di movimento.

Il comandante della Mare Jonio viene indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, disobbedienza civile quale legge umanitaria universale. Lo stesso vale per la comandante Carola Rackete che richiama la tragedia di Antigone che pretende il diritto alla sepoltura del fratello contro la volontà del re Creonte.

Il libro si conclude con passi dei vangeli: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra» (Giovanni 15,20), monito di cui ogni cristiano dovrebbe ricordarsi.

 

Fotografia di copertina: Pixabay

 

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