Provata per la prima volta la presenza di microplastiche nella placenta umana

Autore:
Redazione
15/12/2020 - 05:06

Non c’è luogo sulla Terra che non sia stato raggiunto dai rifiuti di plastica.

E, purtroppo, soprattutto se pensiamo alle microplastiche, gli studiosi ne hanno trovato tracce persino nell’acqua che beviamo o in quegli organismi che arrivano sulle nostre tavole come, ad esempio, i gamberi.

Lecito chiedersi a questo punto fin dove la plastica può arrivare a contaminare l’essere umano: magari già in fase di primo sviluppo, nella sua stessa placenta?

A questa domanda hanno dato risposta affermativa gli esperti del team dell’UOC di Ostetricia e Ginecologia del Fatebenefratelli - Isola Tiberina di Roma, guidati dal loro direttore Antonio Ragusa, in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche di Ancona.

Lo studio, pubblicato di recente sulla prestigiosa rivista Environmental International, ha evidenziato, infatti, la presenza di dodici particelle sintetiche nelle placenta di quattro su sei donne sane, tra i 18 e i 40 anni, che hanno acconsentito a donare l’organoespulsoin seguito a parto naturale in Ospedale, al termine di gravidanza fisiologica.

Attraverso la Raman microspettroscopia, messa a disposizione dal Dipartimento di Scienze della Vita e dell'Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche, i ricercatori hanno identificato dodici frammenti di microplastica delle dimensione comprese tra i 5 e i 10 micron, presenti sia nella parte materna della placenta (5 particelle) sia in quella fetale (4 particelle), oltre che nella stessa membrana che lo avvolge (3 particelle).

Dei dodici frammenti di materiale artificiale, tre sono stati identificati come polipropilene, utilizzato dall’industria della plastica per produrre materiali di uso comune come bottiglie e tappi; gli altri nove sono stati identificati come microplastiche rivestite da pigmenti usati per vernici, adesivi, cerotti, smalto per unghie, cosmetici.

Tale materiale potrebbe essere stato trasmesso dalla mamma al nascituro per via respiratoria o gastrointestinale (quindi, in quest’ultimo caso, con l’alimentazione: per fare un esempio, pensate alle vaschette di plastica in cui viene confezionato il cibo nei supermercati), lungo un percorso ancora non definito, che necessita di ulteriori accertamenti.

Ma la domanda più preoccupante riguarda le possibili conseguenze per lo sviluppo del bambino legate alla presenza di materiale artificiale.

«La scoperta di microplastiche nella placenta suggerisce una possibile presenza anche nel feto, sebbene noi non abbiamo cercato queste particelle nei bambini dopo la nascita. I rischi per la salute del bambino ancora non sono certi, ma sappiamo già da altri studi internazionali che la plastica può ad esempio alterare il metabolismo dei grassi. Inoltre, la placenta e le membrane amniotiche sono l’ambiente che garantisce la formazione del sé e l’identificazione di ciò che è diverso da sé. Laddove il feto nel suo sviluppo va ad identificare il materiale sintetico come parte di sé, la presenza di plastiche in ambiente prenatale di fatto potrebbe alterare l’equilibrio nelle risposte che il sistema immunitario del bambino adotta nei confronti dell’ambiente esterno, modificando i delicati fenomeni epigenetici», spiega Antonio Ragusa, capofila dello studio. «È come avere un bimbo cyborg: non più composto solo da cellule umane, ma misto tra entità biologica e entità inorganiche. Le madri sono rimaste scioccate», dice in conclusione l’esperto.

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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