I banchetti dell’aristocrazia siciliana ai tempi del Gattopardo

Autore:
Redazione
03/12/2021 - 04:37

Tutto parte da un’idea di un editore torinese (Il leone verde Edizioni) che lancia una collana (Leggere è un gusto) i cui libri analizzano gli intrecci gastronomico-letterari presenti in piccoli e grandi capolavori. Tantissimi gli scrittori (da Agatha Christie ad Andrea Camilleri, da Dino Buzzati a Luigi Pirandello, solo per fare qualche esempio) presi in considerazione dagli autori di questi preziosi volumi che non disdegnano di avventurarsi anche in ambiti come il cinema, l’arte, la musica e la storia.

Tra le decine di titoli proposti nel corso degli anni risalta ai nostri occhi Il banchetto del Gattopardo. A tavola con l’aristocrazia siciliana (2020) di Elena Carcano. Qui la scrittrice, diplomata chef amatoriél presso la Commanderie des Cordons Bleus de France, analizza le prelibate ricette descritte nella celebre opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (ma non mancano ricette da altre fonti letterarie) dandoci anche le dritte giuste per avventurarci nella loro preparazione.

«Ma le informazioni sulla barbarica usanza forestiera di servire una brodaglia come primo piatto erano giunte con troppa insistenza ai maggiorenti di Donnafugata perché un residuo timore non palpitasse in loro all’inizio di quei pranzi solenni. Perciò quando tre servitori in verde, oro e cipria entrarono recando ciascuno uno smisurato piatto d'argento che conteneva un torreggiante timballo di maccheroni, soltanto quattro su venti convitati si astennero dal manifestare una lieta sorpresa: il Principe e la Principessa perché se l'aspettavano, Angelica per affettazione e Concetta per mancanza d'appetito». Eccoci, grazie alle parole di Tomasi di Lampedusa, con l'immaginazione proiettati nel passato e seduti a tavola con Fabrizio Salina e i suoi commensali che «manifestarono il loro sollievo in modi diversi, che andavano dai flautati grugniti estatici del notaio allo strilletto acuto di Francesco Paolo. Lo sguardo circolare minaccioso del padrone di casa troncò del resto subito queste manifestazioni indecorose. Buone creanze a parte, però, l’aspetto di quei monumentali pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L'oro brunito dell'involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava, non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall'interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti, cui l'estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio».

«La raffinatezza quasi eccessiva che caratterizza gli ultimi bagliori della nobiltà siciliana è divenuta essa stessa un classico, grazie soprattutto al romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che ha descritto meglio di chiunque altro gli individui, le consuetudini, gli scenari, i cibi di quell’aristocrazia feudale ormai in declino, nell’epoca dell’affermarsi della società moderna», sottolinea Elena Carcano che nel suo interessantissimo volume raccoglie come detto «le ricette sontuose ed elaborate tratte dalle descrizioni de Il Gattopardo, unite ad altre attinte alla vasta memorialistica dell’aristocrazia siciliana, diventando così un piccolo tributo a un mondo raffinato e decadente che non perderà mai il suo fascino e che possiamo nostalgicamente rievocare portando in tavola un lussureggiante timballo».

Descritte con tanto di ingredienti nel libro una serie di pietanze che sono diventate leggende culinarie. Tra queste il famoso “Trionfo di gola”. Fulco di Verdura, cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel suo Estati felici racconta: «Tanto a Natale che a Pasqua le monache dei diversi conventi che ancora esistevano ci mandavano le loro specialità culinarie. Dolci dalle più svariate qualità. [...] In qualche grande occasione si ordinava, da non so più quale speciale convento, il maestosoTrionfo di gola”, non tento di descriverlo perché il solo nome parla per se stesso, ma mi sembrava coperto di ogni ben di Dio».

Aggiunge Dacia Maraini nel suo Bagheria: «[...] Che alla mia immaginazione appariva come una delle meraviglie del paradiso perduto. “Una montagnola verde fatta di gelatina di pistacchio, mescolata alle arance candite, alla ricotta dolce, all'uvetta e ai pezzi di cioccolata”, diceva mia madre... Si squaglia in bocca come una nuvola spandendo profumi intensi e stupefacenti. È come mangiarsi un paesaggio montano, con tutti i suoi boschi, i suoi fiumi, i suoi prati; un paesaggio reso leggero e friabile da una bambagia luminosa che lo contiene e lo trasforma, da gioia degli occhi a gioia della lingua. Si trattiene il respiro e ci si bea di quello straordinario pezzo di mondo zuccherino che si ha il pregio di tenere sospeso sulla lingua come il dono più prezioso degli dei».

Ma non basta! Nel libro vengono esaminate altre pietanze come il consommé, gli ziti al forno alla siciliana, la pasta con le sarde, la parmigiana e la caponata di melanzane, le sarde a beccafico, i muffuletti, la gelatina al rhum, il gelo di mellone e le paste delle vergini (dolcetti a forma di piccolo seno nati nel Monastero di Santa Maria di Montevergine a Palermo o elaborati da una suora in occasione delle nozze del figlio dei marchesi di Sambuca). Di quest’ultime Don Fabrizio si chiedeva: «Come mai il Santo Uffizio, quando lo poteva, non pensò a proibire questi dolci?». Ma a questo interrogativo non otterremo risposte.

(Fonte: ANSA)

 

In copertina: Immagine tratta dal film Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti

 

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