Il nuovo report sullo stato globale del clima

Autore:
Luca Talamona
03/05/2021 - 04:09

Ventotto anni dopo la pubblicazione del primo report del World Meteorological Organization (WMO) sullo stato climatico globale del 1993, il segretario generale del WMO Petteri Taalas ha presentato il nuovo lavoro State of The Global Climate 2020.

Era il 1992 quando con la convenzione di New York sui cambiamenti climatici si raggiunse la decisione di intraprendere delle azioni efficaci e a scala globale per contrastare i cambiamenti climatici e mitigarne gli effetti. In questo lasso di tempo sono numerosi gli avanzamenti scientifici finalizzati alla comprensione del sistema climatico del nostro Pianeta; la correlazione tra l’incremento della temperatura media terrestre e le immissioni di gas serra in atmosfera da parte delle attività umane è ormai un dato certo, ciò che rimane ancora celato da un velo di parziale incertezza è invece un’azione politica decisa e realmente efficace.

Partendo da uno dei dati principali e più allarmanti, ovvero la temperatura, nel 2020 si è registrata una temperatura media globale di 1,2 °C superiore al periodo di riferimento preindustriale (1850-1900). Tale aumento di temperatura risulta essere pericolosamente vicino al limite di incremento di 1,5 °C stabilito dagli accordi di Parigi del 2015. A confermare la non eccezionalità del 2020, vi è l’allarmante evidenza che i 6 anni trascorsi dal 2015 ad oggi risultano essere i più caldi mai registrati, ma anche estendendo l’intervallo temporale agli ultimi 10 anni (dal 2011 ad oggi) le temperature registrate si mostrano sopra ogni record.

Come ben sappiamo, non è solo l’aumento della temperatura globale a doverci allarmare. Il nuovo report, infatti, mostra come nell’anno passato siano aumentati pericolosamente gli eventi estremi legati al clima in tutto il mondo. In Africa e in Asia le alluvioni hanno afflitto numerosi stati: in Sudan 800.000 persone sono state colpite da precipitazioni estreme con conseguenti inondazioni, ma anche in Afghanistan e Myanmar (Birmania) centinaia di persone hanno perso la vita a causa di eventi alluvionali improvvisi.

Se da una parte del mondo piove troppo, dall’altra si soffre il problema opposto: i processi di desertificazione e di aridità sono anch’essi in forte aumento ed il legame con il riscaldamento globale è ormai cosa ovvia. La siccità che ha colpito nell’ultimo anno l’America meridionale ha avuto gravissimi effetti sugli ecosistemi locali e le attività agricole; solo per citare un esempio, si stima che in Brasile il sistema agroindustriale abbia registrato una perdita economica causata dall’eccessiva aridità di circa tre miliardi di dollari. Temperature eccessive e scarse precipitazioni predispongono numerosi habitat ad un elevato rischio d’incendi, i quali a loro volta hanno mostrato una catastrofica intensificazione come ci dimostrano i dati riguardanti gli Stati Uniti occidentali, dove tra California e Colorado si è registrata la serie di eventi incendiari boschivi più estesi degli ultimi 20 anni di storia della nazione.

A queste evidenze bisogna inevitabilmente sommare tutte quelle altre componenti terrestri la cui alterazione dovuta ai cambiamenti climatici è più graduale, ma allo stesso tempo sempre più difficile da rallentare. Negli ultimi anni l’aumento del calore trattenuto dagli oceani di tutto il mondo ha causato un aumento della temperatura media degli stessi, soprattutto in superficie e a media profondità. Un aumento di temperatura degli oceani eccessivamente drastico comporta non solo un elevato stress per gli ecosistemi marini (il quale, sempre a causa delle forti immissioni di CO2 in atmosfera, è già in sofferenza a causa dei processi di acidificazione), ma causa anche un aumento della pressione a cui i ghiacci della Terra sono sottoposti. Il bilancio della massa glaciale delle principali calotte polari ha mostrato una netta diminuzione negli ultimi anni, non solo a causa della fusione superficiale, ma anche per via dell’interazione tra le lingue di ghiaccio che si estendono nei mari con delle acque oceaniche sempre più calde, comportando il distacco di iceberg giganteschi che contribuiscono, con il loro volume, all’innalzamento del livello dei mari, ad oggi registrato con un aumento medio di 3,3 millimetri all’anno.

Insomma, i dati mostrano in maniera inequivocabile il continuo peggioramento della situazione generale e che troppo poco è stato fatto fino ad ora per invertire questa tendenza e le emissioni di gas serra, principale causa antropica ai cambiamenti climatici, non accennano ancora a diminuire. Al termine del 2019 si sono registrati i livelli di concentrazione massimi di tutti i principali gas serra: la CO2 è risultata presente in atmosfera in concentrazioni maggiori del 148% rispetto ai livelli preindustriali. Lo stesso andamento si ritrova in altri due importanti gas serra come il metano e il biossido d’azoto, incrementati rispettivamente del 260% e del 123% in confronto alle concentrazioni antecedenti il 1750.

Come ha affermato il segretario generale dell’ONU António Guterres, il quale ha partecipato alla presentazione di questo report, «Nella conferenza sul clima che si terrà a novembre a Glasgow, dobbiamo dimostrare di poter intraprendere e pianificare azioni coraggiose per mitigare i cambiamenti e adattarci alla situazione». È proprio una dimostrazione di coraggio quella che serve per portare ad una svolta decisiva la lotta ai cambiamenti climatici; l’UE ha raggiunto di recente l’accordo con gli stati membri per impegnarsi a tagliare le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030, ma queste azioni politiche hanno un peso marginale se non attuate in concerto a livello globale attraverso ampi piani di cooperazione internazionale che mettano a centro le necessità dei paesi in via di sviluppo.

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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