Il richiamo suadente di una sirena: l’arte di Maria Campagna

Autore:
Agata Damante
13/01/2022 - 04:32

Scrittrice ed attrice teatrale, Maria Campagna nasce nel 1938 a Ramacca, un paesino dell’entroterra siculo dove trascorrerà gran parte della sua vita e nel quale entrerà ben presto in contatto con scrittori e artisti locali, che affineranno il suo gusto per la letteratura e il suo innato trasporto per la scrittura, primo fra tutti il fratello Salvatore dal quale imparò il latino. Era erudita e conosceva bene sin da piccola la lingua italiana e il dialetto siciliano, facendone strumento di studio e di lavoro di tutta la sua breve, ma significativa carriera.

Durante la sua infanzia visse la paura della guerra, i disagi degli sfollati, ricordi lontani ma sempre ben accesi nella sua memoria, poiché alimentati quotidianamente dai racconti che i suoi affetti più cari le facevano. Insieme ai fratelli fece parte del Centro Culturale, costituito da professionisti ramacchesi. Per un periodo fu anche corrispondente per il quotidiano La Sicilia.

Congiuntamente all’impegno sociale scriveva commedie che furono rappresentate nel teatrino parrocchiale o nel cinema-teatro della sua città (Il piccolo Quan, commedia in tre atti che rappresenta il suo primo approccio alla scrittura teatrale; le opere di Nino Martoglio come Scuru, Il marchese di Ruvolito, I civitoti in pretura le diedero lo slancio come attrice teatrale). Dopo pochi anni dal diploma magistrale decise di intraprendere la carriera di insegnante e, a 34 anni, vinse il concorso come docente di scuola primaria.

La volontà di non sottostare ai dettami della società del tempo si evinse a partire dalle sue scelte personali. Si trasferì a Catania per l’insegnamento, caparbia e decisa a non accettare il rigore familiare che caratterizzava ancora gli anni ‘70 in un paesino di provincia. Non era, infatti, concesso in quegli anni andar via dalla casa paterna se non dopo aver contratto matrimonio.

Capace di trasferire sul foglio, coerentemente, descrizioni e sentimenti, Maria Campagna intuì che la sua vita non poteva più prescindere dal suo talento, istituì una scuola per istruire le donne nel retrobottega del padre, la sua illuminante propensione alla lettura e alla conoscenza non rimase mai rinchiusa dentro freddi cassetti del suo salotto, Maria li scaldava con la sua passione, con il suo ardente amore che metteva in ogni sua creatura.

In lei traspare il desiderio di sciogliere la scrittura ancora imbrigliata nelle trame maschili di ogni tempo, lasciando che i suoi personaggi si abbandonino al lettore e allo spettatore, che rimane ammaliato da una verità a tratti invadente ma affascinante e seduttiva. I suoi scritti teatrali, in maggioranza in lingua siciliana, sono impregnati di vigore poetico, hanno una coinvolgente forza espressiva che tende a raccontare fattori altri della femminilità. Una delle sue pietre miliari rimane Caccia alle streghe, la cui immagine delle donne è volutamente caricaturale. Maria era una donna contemporanea, erudita e di raffinato intelletto, una donna che, come detto, conosceva bene la lingua italiana e il dialetto siciliano, facendone strumento di studio e di lavoro di tutta la sua breve ma intensissima carriera.

Con una puntigliosa osservazione dello scorrere inesorabile degli eventi e della storia, la scrittrice si offre in prima persona al pubblico e diventa protagonista sulla scena. Non più, quindi, soltanto un’osservatrice che trascrive la realtà ma un’interprete della stessa, capace di leggere nell’animo dei suoi personaggi e svelarlo senza mai scalfirne la bellezza, lasciando che si raccontino in un viaggio libero da costrizioni retoriche o vani abbellimenti.

Audace e combattiva, Maria Campagna resterà sulla scena dei palcoscenici catanesi fra i grandi maestri della storia della letteratura siciliana, i suoi personaggi sono tutt’oggi vividi e reali con un fortissimo restringimento della dilatazione storica degli eventi, paragonabile certamente al fare letterario di Mario Rapisardi.

Nelle trame aggrovigliate della sua Caccia alle streghe, si alternano momenti di elevato misticismo ad altri di sapore popolare, in una piena coscienza dell’essere umano al cospetto di sé stesso e del suo popolo, incapace di essere libero. La scrittrice definisce le donne del popolostreghe”, le streghe non sono tanto le donne in possesso di virtù straordinarie o la connotazione medievale di esse, quanto tutte le idee, le insofferenze, le intolleranze che si rivoltano contro una sistemazione della società e del mondo spiccatamente omocentrica. Ogni pericolo di incrinatura dell’assetto sociale, politico e religioso, spiega la Campagna, assumeva l’aspetto malvagio e pauroso di “strega”, di tentativo sovvertitore dell’ordine costituito e imposto con la forza delle armi, col prestigio morale, e con tutti gli strumenti atti a garantire la stabilità di un potere. La strega è colei che non si vota alla virtù dell’ubbidienza, bensì intravede squarci di evasione dalla realtà attraverso la comunicazione con un mondo altro. È cioè l’illusione di investirsi di misteriosi poteri che consentissero, anche solo per alcuni istanti, di dominare gli eventi della vita. «Una vita di larve che si muovono entro un bozzolo di miseria e ignoranza», così li definisce teatralmente la scrittrice. Punto cruciale quindi è la loro condizione più che la persona, che attraverso manifestazioni anche incomprensibili cerca di liberarsi dall’assoggettamento e ritornare alla vita. Squarci di ribellione si sono verificati nell’umanità oppressa in diverse manifestazioni: ora un’insurrezione popolare, ora il momentaneo rompere il freno e con esso la ricerca di un rifugio, di una possibilità di evasione dalla realtà con la comunicazione con un altro mondo.

Maria è l’ago di una bilancia metaforica che non cesserà mai di oscillare tra fulgore metafisico e vigore intellettivo, che spalanca le porte dell’esistenza, la getta tra le braccia dei suoi lettori, e travolge la mente in una entusiastica visione oltre il tempo storico, facendo sì che ogni donna possa ritrovarsi nello specchio delle sue “streghe”.

 

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In questo spazio, “Storie di Sicilia”, ci muoviamo alla velocità del pensiero attraverso il tempo e conosciamo i “Personaggi Illustri” che hanno reso questa terra misteriosa grande e colta nei millenni.
Ricordiamo che cosa “Capitò” in tempi vicini e lontani raccontando le antiche vicende dei suoi primi abitanti e quelle dei tanti conquistatori, che furono poi conquistati, le storie di re e regine, santi e poeti, studiosi e letterati, architetti e artisti, matematici e scienziati, del popolo siciliano così variegato per indole e geni, miscuglio mirabile di tante lingue, culture, tradizioni ed arti lascito delle tante dominazioni che quest'isola ha prima accolto e poi congedato.
Soprattutto, poi, lentamente, con i tempi nostri siciliani, offriamo al lettore “Cunti Fàuli Nueddi”: piccoli racconti e leggende della Sicilia dove è racchiusa tutta la vita antichissima di un popolo con la sua lingua, la sua storia, i suoi costumi, suoi pensieri, le sue aspirazioni e le sue tante e tante illusioni. Nelle novelle popolari siciliane vi sono mille e mille elementi per la interpretazione di fatti storici magari esagerati dalla fantasia popolare; e, nelle favole poetiche fatte da tutto un popolo, vi è maggiore verità che nella loro descrizione scritta da un uomo pur se uno storico.
Queste novelle sono state custodite per tanti secoli dal popolo più umile ed illetterato o, come scrisse Giuseppe Pitrè della sua gente, “confinate nel basso volgo”; ed ora, come 150 anni orsono, quali siciliani, abbiamo il dovere di salvarle dalle nebbie dell’oblìo che minacciano di farle scomparire per sempre dalla memoria del popolo siciliano e dalla sua plurimillenaria coscienza.

Enzo Faraone

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