La religione del cosmo rapisardiana

Autore:
Agata Damante
14/12/2022 - 23:11

Mario Rapisardi nacque a Catania il 25 febbraio 1844, la sua carriera artistico-letteraria fu percorsa da lunghe e profonde inquietudini, che altalenano la sua produzione tra le mille sfaccettature dell’esistenza umana. Una fonte primaria di conoscenza del suo pensare prolifero furono le traduzioni dei poeti latini, a partire da Catullo fino ad arrivare ad un vero e proprio emblema di scienza poetica che fu La Natura (Titus Lucretius Carus, La Natura. Libri VI Tradotti da Mario Rapisardi, Milano, Gaetano Brigola e Comp., 1880), traduzione omonima del carme latino lucreziano De Rerum Natura.

Egli affidò a questa traduzione non il ruolo di un semplice laboratorio di riscrittura in una nuova lingua di un poema latino, bensì le linee di una ridestata concezione poetica, che mutua la bellezza dall’antichità classica da un lato e il vigore letterario dalla modernità dall’altro. Risiede, proprio in questa specifica capacità rapisardiana di dualità dialogante, la novità della traduzione: in essa sono inevitabilmente presenti i tratti del poema latino ma rivisti e riformulati alla luce di un nuovo sguardo poetico, per il quale lo scrittore compie lo sforzo di non rimanere impigliato nelle trame di uno schematismo sterile, bensì tenta di sciogliere quei nodi che ne appesantiscono la vibrante essenza. Il carme latino diviene il carme italico, prodotto da una specifica volontà di renderlo spoglio da orpelli e meccanicismi, piuttosto si libra lieve tra le pagine di rinnovate concezioni artistico-filosofiche. Sono ben tangibili le intenzioni ideologiche che il vate catanese nutre sin dal primo istante in cui ha cominciato ad occuparsi del poema lucreziano: cercando di tenere fede alla volontà dell’autore originale, non rinuncia ad attribuirne alla sua traduzione la sua personale concezione dei verba tramandatorum, sia nella metrica che nella sostanza. Una sconvolgente religione del cosmo, nella quale Natura e Uomo sono la sostanza ineludibile del divenire, si delineava dalle pagine del poeta; il Graf si confermò nel 1912 deferente ammiratore del Rapisardi, dettando, per l’epigrafe che l’Università di Catania volle apporre nel suo cortile in memoria del Poeta, parole che consacrano con grave fermezza il primato del Catanese in fatto di poesia generata dalle aspirazioni e dai voti del suo tempo, dalle angosce dell’inscrutabile, dalla religione suprema del tutto vivente. Religione che sarà ancora di più permeata di rinnovati significati poetici nella traduzione del De Rerum Natura del Rapisardi.

 

Ei che spesso nel tuo grembo si gitta

Da l’eterna d’amor piaga conquiso

E abbandonando stupefatto indietro

La bella testa con bocca anelante

D’amore avidi pasce in te gli sguardi,

Resupino così, che tutto, o diva,

Da le tue labbra il suo spirito pende.

Deh! Tu mentre col corpo intemerato

Circonfondi sovrana il Dio giacente,

Sciogli dal labbro il dir suave, e pace

Placida pe’ Romani, inclita, chiedi:

Chè attender non turbato io non potrei

Fra’ turbamenti, de la patria a l’opra,

Né di Memmio mancar potria la chiara

Stirpe in tal uopo a la comun salute.

 

L’espressione rapisardiana della laicità intrinseca all’essere procreatore rende utile la perpetrazione della specie attraverso una immutata coscienza del sé che si risolve nella rinnovata coscienza della Natura con la duale dialogicità con il sé. Rapisardi, definito il Lucrezio Catanese per la sua indiscussa affinità intellettuale al poeta latino, nel rispetto di una religione della spontaneità celebrativa del cosmo che si perpetua nella facoltà cardine del senso poetico, che sprigiona immagini nuove e suggestive della materialità dell’esistenza; in rappresentanza di una filosofia pervasa da lumi di caduca fragilità dell’uomo di fronte alla grandezza della Natura, di cui Rapisardi stesso tende ad essere il portavoce, comunque non alterando mai completamente la forma e la sostanza del poema latino. Lo stesso Trezza, autore di una importante prefazione all’edizione del 1882 della traduzione del De Rerum Natura1, sostenne fin dall’inizio quanto segue: «Per tradurre Lucrezio non basta intenderne l’esegesi, come farebbe un filologo tedesco, non basta riprodurne le immagini e simularne i ritmi; fa d’uopo avere uno spirito, per così dire, consanguineo a lui». Potremmo certamente sintetizzare tutta la visione critica del Trezza nel termine consanguineo, ad indicare un rapporto di eredità poetica innata; altrove il Trezza definirà la traduzione di Rapisardi un travaso ideologico chiaramente mutato dalle circostanze storiche.

 

Nota

1) Titus Lucretius Carus, La Natura Libri VI Tradotti da Mario Rapisardi, Firenze, Ermanno Loescher, 1882, pp. 419

 

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