Valle del Belìce, la fotografia per analizzare gli effetti a lungo termine dei terremoti

Autore:
Redazione
20/06/2022 - 22:13

Ri-fotografare a distanza di anni i territori colpiti da terremoti e sovrapporre le immagini attraverso software specifici per comprendere in maniera chiara e immediata i cambiamenti sul paesaggio, analizzando per via indiretta le conseguenze degli eventi sismici dal punto di vista sociale e ambientale. È quanto è stato fatto con lo studio Landscape, Memory, and Adverse Shocks: The 1968 Earthquake in Belìce Valley (Sicily, Italy): A Case Study realizzato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con l’Università degli Studi di Catania e l’Accademia di Belle Arti di Palermo.

Lo studio, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Land di MDPI (Multidisciplinary Digital Publishing Institute), evidenzia come la fotografia possa essere uno strumento utile a scopi sia scientifici che divulgativo-formativi, con l’obiettivo ultimo di favorire nella popolazione la consapevolezza del rischio sismico e di altri rischi naturali.

«Partendo dal corposo patrimonio fotografico d’archivio del quotidiano L’Ora di Palermo, custodito presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, abbiamo investigato gli effetti sul territorio del terremoto che la notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 colpì la Valle del Belìce, nella Sicilia occidentale», spiega Mario Mattia, ricercatore dell’INGV e coautore dello studio. «Attraverso un lavoro di campagna svolto nel 2020, abbiamo ri-fotografato quegli stessi luoghi per rilevare la configurazione territoriale più recente e valutare l’impatto del sisma nel tempo».
Dopo i disastrosi eventi del 1968, la Valle del Belìce ha dovuto attendere alcuni decenni prima di iniziare a sperimentare i primi segnali di rinascita economica, sociale e culturale. Tuttavia, il lento ma costante spopolamento dell’area ha contribuito ad accentuare la percezione di "abbandono" di un territorio in cui gli interventi di ricostruzione, a distanza di oltre 50 anni dal terremoto, non sono riusciti a colmare il divario con il resto del Paese.
«Il lavoro di ri-fotografia della Valle ci ha consentito delle riflessioni che corroborano quanto si può ancora dedurre dall’osservazione diretta del territorio dal punto di vista, ad esempio, dell’abbandono e della museificazione delle rovine», prosegue il ricercatore. «Un piano ri-fotografico su un periodo di tempo più ampio rispetto al nostro consentirebbe tuttavia una lettura ancora più accurata dei processi territoriali e culturali di lungo respiro. I 50 anni trascorsi dal 1968, infatti, per quanto interminabili siano stati per le comunità locali, sono un periodo di tempo ancora troppo breve per permettere di leggere efficacemente i cambiamenti in un contesto territoriale che sembra essere rimasto "congelato" nel tempo».

La ri-fotografia è una tecnica spesso utilizzata in sociologia e geomorfologia poiché è in grado di restituire un’efficace narrazione didascalica dell’evoluzione di fenomeni sociali e naturali. Utilizzare lo strumento fotografico (e ri-fotografico) per parlare di rischi naturali può rappresentare un’opportunità per migliorare la percezione del rischio e la resilienza nella popolazione.
«Nella Valle del Belìce, fino al terremoto del 1968, un rischio sismico stimato basso non aveva indotto alcuna azione di mitigazione del rischio né di gestione dei disastri. Da questo punto di vista, l’impatto di immagini in cui gli effetti del terremoto si sovrappongono a quelle di preesistenti insediamenti urbani può stimolare la riflessione sulla percezione del rischio sismico nelle scuole e negli ambienti pubblici. La ri-fotografia, inoltre, può essere utilizzata a integrazione delle valutazioni per l’identificazione delle aree maggiormente vulnerabili della Valle. Primi fondamentali passi, questi, verso la comprensione del rischio sismico nel Belìce e verso l’elaborazione e l’attuazione di correlate strategie di mitigazione», precisa Mattia.
«È all’interno del progetto “Belìce +50” che matura la collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, il Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate dell’Accademia di Belle Arti di Palermo e il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania. Tale collaborazione ha già prodotto il primo volume a stampa edito dall’INGV dal titolo Belìce Punto Zero e vede adesso la realizzazione di un articolo scientifico sulla prestigiosa rivista Land che prosegue il processo di analisi del territorio belicino. Le attività di ricerca hanno, tra gli altri, almeno due ordini di riferimento, uno nella mitigazione del rischio sismico e l’altro nel mantenimento della memoria delle comunità locali per una resilienza trasformativa», dice in conclusione il professor Gianni Petino dell’Università di Catania.

 

In copertina: Ri-fotografia di uno scorcio del paese di Montevago (Agrigento). La prima fotografia (in bianco e nero) è stata scattata poco dopo il terremoto, la seconda (a colori) è stata scattata nel 2020. Si nota come poco o nulla sia cambiato in 52 anni.

 

All'interno del pezzo: 1) Ri-fotografia di uno scorcio del paese di Santa Margherita di Belìce (Agrigento). La prima foto (in bianco e nero) è precedente al terremoto del 1968, la seconda (a colori) è del 2020.
2) Terremotati in fila in attesa dei treni verso il Nord Italia. Dopo il terremoto lo Stato fornì gratuitamente biglietti ferroviari a tutti i terremotati per raggiungere il Nord, dove questa enorme massa (oltre 50.000 persone) avrebbe rappresentato una forza-lavoro a basso costo e non sindacalizzata.

 

Per saperne di più
www.ingv.it/libri/BelicePuntoZero-2021.pdf

 

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