Vivere in un quartiere ricco di fast food aumenta l'incidenza di diabete di tipo 2

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Redazione
08/11/2021 - 04:31

Un numero sempre crescente di lavori scientifici perviene alla conclusione che possa essere concretamente sostenuta la esistenza di un legame tra l'offerta alimentare delle attività commerciali presenti in un quartiere e la probabilità che coloro che vi abitano sviluppino patologie croniche (malattie cardiache, alcuni tipi di cancro, diabete di tipo 2).

Una conferma in tal senso ci arriva da un nuovo studio che, pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open, è frutto del lavoro degli scienziati della New York University Grossman School of Medicine. Nella ricerca gli esperti suggeriscono che vivere in quartieri con una maggiore disponibilità di fast food in tutte le regioni degli Stati Uniti è associato ad un rischio successivo più elevato di sviluppare il diabete di tipo 2.

I risultati ottenuti hanno anche indicato che la presenza di più supermercati potrebbe invece essere protettiva contro lo sviluppo di diabete di tipo 2, in particolare nei quartieri suburbani e rurali.

Lo studio, notevole per la sua ampiezza geografica, utilizza i dati di una coorte di oltre 4 milioni di veterani abitanti in diversi stati americani ed ha conteggiato il numero dei fast food e dei supermercati rispetto ad altri punti vendita di cibo. Inoltre, secondo i ricercatori, è il primo lavoro ad esaminare questa relazione in quattro tipologie distinte di quartieri (urbana ad alta densità, urbana a bassa densità, suburbana e rurale) sia a livello iperlocale che nazionale.

«La maggior parte degli studi che esaminano l'ambiente alimentare costruito e la sua relazione con le malattie croniche sono stati molto più piccoli o condotti in aree localizzate», afferma la dottoressa Rania Kanchi, autrice principale della ricerca. «Il nostro progetto è di portata nazionale e ci ha consentito di identificare i tipi di comunità in cui le persone vivono, caratterizzare il loro ambiente alimentare ed osservare cosa succede loro nel tempo. La dimensione della nostra coorte permette una generalizzazione geografica non possibile con altri studi».

I ricercatori hanno valutato i fast food ed i negozi di alimentari presenti nella zona di residenza di ogni soggetto in base alla tipologia dei quartieri, contraddistinti come detto in quattro diverse categorie. Gli autori hanno poi considerato l'incidenza di malattie croniche nella coorte di studio. Stando alle indagini del gruppo di ricerca, le persone che abitavano nei quartieri ricchi di fast food erano più frequentemente associate ad un rischio di sviluppare diabete di tipo 2, mentre la presenza di supermercati sembrava ridurre il pericolo di incorrere in problematiche di salute legate al diabete.

I veterani sono stati seguiti per una media di cinque anni e mezzo. Durante quel periodo, il 13,2% della coorte ha ricevuto una nuova diagnosi di diabete di tipo 2. Inoltre, gli uomini hanno sviluppato il diabete di tipo 2 più frequentemente delle donne (13,6% contro 8,2%).

Da sottolineare anche che il 14,3% dei veterani che vivono in comunità urbane ad alta densità ha sviluppato il diabete di tipo 2, mentre l'incidenza più bassa è stata tra coloro che abitano in comunità suburbane e di piccole città (12,6%). Il team ha nel complesso concluso che l'effetto dell'ambiente alimentare sull'incidenza del diabete di tipo 2 varia in base all’urbanizzazione della comunità, ma non in base alla regione di residenza.

«Comprendere al meglio la relazione tra la disponibilità alimentare di un quartiere e le malattie croniche degli abitanti che lo abitano è fondamentale per attuare politiche di prevenzione mirate ed efficaci», osserva la professoressa Lorna Thorpe, collega e coautrice di Rania Kanchi.

Un limite dello studio, secondo gli autori, è che lo studio potrebbe non essere completamente generalizzabile alle popolazioni non veterane, poiché i veterani statunitensi tendono ad essere prevalentemente maschi e hanno oneri sanitari e instabilità finanziaria sostanzialmente maggiori rispetto alla popolazione civile. Sono anche a maggior rischio di disabilità, obesità ed altre condizioni croniche.

«Sarà pertanto importante in futuro valutare la possibilità di generalizzare i nostri risultati anche al resto della popolazione», conclude Lorna Thorpe.

(Fonte: AGI/NYU)

 

In copertina: Foto di Karolina Kołodziejczak on Unsplash

 

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