1,7 milioni di virus ancora sconosciuti, metà dei quali potrebbe dare inizio a nuove pandemie

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Redazione
14/04/2021 - 04:06

Nel prossimo futuro le pandemie emergeranno più spesso e si diffonderanno più rapidamente causando sempre più danni all’economia mondiale ed uccidendo, inoltre, più persone rispetto al Covid-19.

Uno scenario allarmante, ma realisticamente assai probabile, a meno di un cambiamento radicale nell'approccio globale alla gestione delle malattie infettive. Un avvertimento che ci arriva da un importante report dedicato a biodiversità e pandemie che, pubblicato sul sito dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), è stato redatto da un gruppo di ventidue esperti di livello mondiale in settori come epidemiologia, zoologia, salute pubblica, ecologia delle malattie, medicina veterinaria, farmacologia, salute della fauna selvatica, patologia comparata, diritto, economia.

Tra i dati che possiamo ricavare da questo lavoro colpisce, ad esempio, quello che stima attualmente in 1,7 milioni il numero di virusnon scopertinei mammiferi e negli uccelli acquatici, gli ospiti più comunemente identificati come origine di nuove zoonosi. Invece, il numero stimato di virus che potrebbero avere la capacità di infettare gli esseri umani varia da 631.000 a 827.000.

Quella di Covid-19 è almeno la sesta pandemia che colpisce l’umanità dai tempi dell’influenza spagnola che, tra il 1918 e il 1920, uccise circa 50 milioni di persone, e sebbene abbia le sue origini nei microbi trasportati dagli animali, come del resto tutte le pandemie, la sua comparsa è stata interamente guidata dalle attività umane.

Infatti, quasi un terzo delle malattie zoonotiche dipende dalla deforestazione, che aumenta la probabilità di contatti ravvicinati con la fauna selvatica, e diversi studi suggeriscono che gli animali che prosperano sulla scia di tale distruzione forestale, come ratti e pipistrelli, hanno maggiori probabilità di essere portatori di malattie potenzialmente pandemiche. Ogni anno avvengono, poi, circa cinque trasmissioni e salti interspecie, ognuno dei quali ha il potenziale per diffondersi a livello globale.

«Non c'è un grande mistero attorno alla causa che porta alla pandemia di Covid-19, o a qualsiasi altra pandemia moderna. Le stesse attività umane che guidano il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità determinano anche il rischio di pandemia attraverso il loro impatto sul nostro ambiente. Cambiamenti nel modo in cui usiamo la terra; l'espansione e l'intensificazione dell’agricoltura; e, poi, il commercio, la produzione e il consumo insostenibili che sconvolgono la natura ed aumentano il contatto tra fauna selvatica, bestiame, agenti patogeni e persone. Questo è il percorso delle pandemie», dichiara il dottor Peter Daszak, presidente del workshop IPBES e presidente di EcoHealth Alliance.

Come sottolinea il report, il rischio di pandemia può essere notevolmente diminuito riducendo le attività umane che portano alla perdita di biodiversità, attraverso una maggiore conservazione delle aree protette e applicando misure che possano limitare lo sfruttamento insostenibile delle regioni ad alta biodiversità. Questo ridurrà il contatto tra esseri umani, fauna selvatica e bestiame ed aiuterà a prevenire la diffusione di nuove malattie.

«Abbiamo sicuramente la capacità di prevenire le pandemie, ma in buona sostanza non lo facciamo. Facciamo invece ancora affidamento sui tentativi di contenere e controllare le malattie, attraverso vaccini e terapie, dopo che esse sono emerse. Possiamo sfuggire all'era delle pandemie, ma occorre una maggiore attenzione alla prevenzione oltre che alla reazione», aggiunge il dottor Daszak.

«Il fatto che l'attività umana è in grado di cambiare così radicalmente il nostro ambiente naturale non deve sempre portare a risultati negativi. Ma anzi deve convincerci del nostro potere di guidare quel cambiamento necessario a ridurre il rischio di future pandemie», ricorda ancora l’esperto.

Il report del resto insiste su un punto: organizzare la propria risposta alle malattie dopo la loro comparsa, con misure di sanità pubblica o soluzioni tecnologiche, in particolare la progettazione veloce e la distribuzione di nuove terapie e vaccini, è un percorso lento e costellato di incertezza che provoca diffusa sofferenza umana e decine di miliardi di danni all’economia globale.

Gli esperti hanno calcolato che la pandemia di Covid-19 a livello mondiale fino al mese di luglio dello scorso anno è costata tra gli 8 e i 16 trilioni di dollari, la maggior parte dei quali dovuti all’allontanamento sociale e alle limitazioni di viaggio. Considerando soltanto gli USA, alla fine del 2021, si potrebbe arrivare ad una cifra vicina ai 16 trilioni di dollari.

Ricordiamo, inoltre, che l’epidemia di Ebola nel 2014 ha avuto un costo di circa 44 miliardi di euro, mentre i focolai di Zika in Sud America e nei Caraibi sono costati tra i 5 e i 15 miliardi di euro tra il 2015 e il 2017.

In conclusione, stando ai risultati del report IPBES, focolai futuri potrebbero provocare danni economici annuali nell’ordine di circa 840 biliardi di euro, mentre il costo per ridurre il rischio di future pandemie potrebbe essere circa cento volte inferiore al costo di risposta a tali crisi.

(Fonte: IPBES/AGI - Foto di copertina: Pixabay)

 

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