Cacciatori per lucro tra ritualità e (barbara) tradizione

CAGLIARI - Non siamo a Sherwood, la foresta dall’aria cupa e tenebrosa che rese famoso l’intrepido arciere che rubava ai ricchi per donare ai poveri (ah come ne avremmo bisogno in Italia, ma questa è un’altra storia!). Non si tratta nemmeno di novelli Guglielmi Tell alle prese con balestre vere o di fantasia a caccia di animali selvatici nel cuore di spettrali boscaglie, torbide e fitte.
Più semplicemente siamo in una terra, talmente sì varia ed accidentata a livello geo-orografico, da vantare uno dei più tristi primati: quello del bracconaggio ai fini di lucro. Il fenomeno della caccia illegale “per diletto e per guadagno” ha assunto proporzioni ragguardevoli su tutto il territorio nazionale. Ma senza nulla togliere alle “rispettabilissime” primizie continentali, dalla Sardegna giungono notizie di contesti davvero inquietanti di chi vive giornalmente la quotidianità del cacciatore per profitto.
Esagerazione? Niente affatto, se si pensa giusto alla considerazione che, a dispetto della regolamentazione legale, nell’Isola sembra non esistere mese dell’anno senza sbirciate, spifferi o confidenze che non parlino di bracconaggio. Triste ma vero.
Circa il 70% dei casi registrati da associazioni a difesa della fauna locale parlano di una impennata nei mesi di Settembre e Gennaio, proprio durante la stagione venatoria, a conferma del fatto che gran parte dei “professionisti del settore” operino utilizzando, a loro supporto coscienziale, la regolare attività di caccia consentita per legge per realizzare bracconaggio a scopi di guadagno. Quel che appare certo è che, a stagione venatoria conclusa, non si rimane di certo fermi. Anzi, se non si tratta di un’attività che dura 365 giorni l’anno poco ci manca, e ciò sembra andare di pari passo con la media (di età e lavoro) degli uomini impegnati, a seconda dei casi, sulle montagne del basso campidano, dell’iglesiente, del Sulcis o del massiccio del Gennargentu.
Disoccupati, giovani o di mezza età, i cacciatori per profitto vivono la loro professione con disarmante puntualità, a rappresentare quella fede ereditata di generazione in generazione, organizzati in strutture gerarchiche sia per il contesto operativo sia per le pratiche di spartizione dei loro trofei. La generosità tra colleghi, però, non travisi i nostri pensieri: se di lucro dev’essere, il bracconaggio deve pure assicurare proventi dignitosi per poter campare.
Per quanto truce sia, solo un rapido sguardo alla cifre può aiutare a comprendere le dimensioni del fenomeno, ostentato da chi lo pratica in maniera quasi omertosa.
Mammiferi e uccelli le prede più richieste, sia da chi caccia che da chi ne richiede. Cinghiali, maialetti selvatici, tordi, fagiani e quaglie in cima alla vergognosa top-ten, arricchita da modalità di caccia davvero ignobili. Dall’organizzazione a scacchi in squadre precise e spietate per la caccia al cinghiale (più di tutti, il mammifero maggiormente ambito nel sud Sardegna), al posizionamento furbo e mai visibile ad occhi innocenti di trappole aeree per la cattura di quaglie e tordi.
E da qui al mercato clandestino dei proventi di caccia il passo è davvero brevissimo. 80 euro per una “taccola” di quaglie (“taccola” è il nome in sardo di una speciale unità di misura che ricomprende circa 8 unità di uccelli di media grandezza) a seconda dell’annata di caccia, dai 12 ai 20 euro al chilo per la carne di cinghiale non ancora ripulita delle interiora. Listini variabili, ma fedeli alle logiche di una tradizione antica quanto barbara. Alimentata continuamente da metodo e rigore.
Richiamato al dovere dal suo caposquadra, ogni componente la squadriglia di caccia non può e non deve mai marcare visita. Appuntamento al bar della zona in orario serale, convenevoli, qualche parola scambiata sui luoghi da raggiungere per la battuta, il più delle volte anche in codice, giusto per non dare vantaggio ad altre squadriglie, e via lungo sentieri impervi e tortuosi, raggiungibili solo con potenti mezzi fuoristrada che squarciano con il bagliore dei loro fari il buio della notte.
Pratiche effettive? Realtà o esagerazione? Il cruccio del dubbio è scacciato via dagli occhi che scrutano la ritualità, scandita in ogni minimo particolare, di ogni battuta di caccia.
E così è realmente, per il bisogno di racimolare un guadagno o per un insensato bisogno di coltivare un hobby.
Roba da Medioevo.
Immagini:
Una mattanza di cinghiali, catturati ed uccisi da una delle tante squadre di cacciatori - Specie pregiate di uccellini catturate e pronte per essere vendute in segreto. Foto tratte da Facebook
Fucili in bella mostra, uccellini appena uccisi e "taccole". Foto tratta da anpana.it
A cura di Riccardo Anastasi
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