Paralimpiadi: il cuore oltre gli ostacoli

RIO DE JANEIRO (Brasile): Si sono da poco concluse le Paralimpiadi di Rio 2016 (Jogos Paralímpicos de Verão 2016), la quindicesima edizione dei giochi estivi dedicati ad atleti con disabilità, svolti nella città brasiliana di Rio de Janeiro dal 7 settembre al 18 settembre. Ad affrontarsi, nelle 23 discipline paralimpiche, si sono cimentati oltre 4.300 atleti provenienti da ben 176 Paesi del Mondo e il medagliere finale ha visto primeggiare la Cina (239 medaglie in totale, di cui 107 d'oro), seguita dal Regno Unito (147 totali e 64 ori) e dalla sorprendente Ucraina (117 medaglie e 41 ori). Da questa edizione sono entrati negli sport paralimpici la canoa e il triathlon. Fin qui la nuda sintesi di un evento mediatico globale che ha acceso i riflettori su una manifestazione di altissimi valori morali e sportivi, che assumono una veste ancor più importante. Obiettivo di questo articolo, tuttavia, non è la celebrazione in sé della manifestazione, nata nel 1960 (ed ospitata, al suo esordio, in Italia), ma un riflessione sulla disabilità e sulla vita quotidiana di chi affronta con straordinaria forza di volontà un ordinario difficile, ostico, privativo e ancora troppo spesso iniquo.
Già, perchè se da un lato lo sforzo della società civile per la “parità” si esplica anche attraverso l'organizzazione di simili competizioni, dall'altro è essa stessa a doversi fare carico dell'abbattimento delle barriere fisiche e immateriali che impediscono a milioni di persone una vita “normale”. L'uso dei virgolettati è sentito, prima che dovuto, poiché alla luce di ciò che quotidianamente la cronaca racconta siamo ben lontani da un concetto di pari diritti, pari accesso e pari accettazione della diversità. Anche la semantica assume sfaccettature particolari, a volte difficili da comprendere, altre volte costrette da una logica globale contorta. La domanda è: davvero la società attuale, nel 2016, è pronta a capire il significato profondo di “diversità”? Non è facile rispondere ad un quesito che andrebbe approfondito con circospezione, ma vale – crediamo – una riflessione. La diversità risiede nella percezione della dignità altrui. Se mancano rispetto ed empatia, siamo lontani dall'accettazione.
Tutto ciò ha una sua logica dimensione anche nello sport. In questi giorni ci siamo ri-abituati a vedere in TV carrozzine, protesi, occhiali che coprono occhi privi di vista, uomini e donne senza arti. Abbiamo esultato ai tronfi degli atleti azzurri (per la cronaca chiudiamo con 39 medaglie di cui 10 ori, 14 d'argento e 15 bronzi) ma quando la cassa di risonanza mediatica si è spenta è difficile immaginare che in tanti sia rimasto qualcosa, oltre le pur sincere emozioni. La riflessione, dunque, ritorna al punto d'origine e si colloca al centro di una visione che vede la vita quotidiana dei diversamente abili come prima vera palestra, le più semplici attività come maratona, le ovvie richieste di pari accesso a delle corse a ostacoli. Ecco, sta qui il vulnus di un discorso ampio che deve toccare tutti, non solo attraverso le corde del cuore, ma anche nella coesione rispetto allo sforzo di restituire dignità e diritti a chi se li vede rubati dalla nascita o da eventi della vita.
Non guardiamo, insomma, i diversamente abili come persone sfortunate a cui tendere una mano, ma troviamo il coraggio di calarci, anche solo per un giorno, nella quotidianità di questi piccoli e grandi lottatori. L'Italia, nonostante gli sforzi degli ultimi decenni, ha ancora una lunga strada da percorrere prima di potersi dire pienamente rispettosa dei propri principi costituzionali. In particolare, nella nostra Carta costituzionale, si parla di "riconoscimento" e "garanzia" (art. 2 Cost.) dei diritti dei disabili, per il conseguimento di quella loro "pari dignità sociale" (art. 3 al. Cost.) che consenta il "pieno sviluppo della persona umana" (art. 3 cpv. Cost.). A fronte di tanti principi restano le barriere architettoniche, la sanità poco efficiente, l'assurda emarginazione cui vanno incontro tanti portatori di handicap fisici e/o mentali, un atteggiamento pietistico di chi crede che commiserare equivalga o sia sufficiente ad aiutare.
Ciò che il cittadino comune può e deve fare è lottare per i diritti dei diversamente abili, chiedere a gran voce che le istituzioni dialoghino senza venire a patti con ventilate esigenze di budget e numeri. E i numeri, appunto, vanno letti ben oltre il loro valore statistico, perchè dietro ogni unità c'è una persona in carne ed ossa. È disgustoso notare come, a parità di doveri, non si garantiscano pari diritti a tutti coloro che convivono, anche in profonda accettazione, con quella parte “mancante” costituita dall'handicap.
Ecco, insomma, che opportuni investimenti di risorse, adeguamenti strutturali, percorsi inclusivi nella scuole, educazione diffusa al rispetto delle differenze, fondi alla ricerca scientifica e ai servizi primari devono stare in cima alle priorità di tutti i Governi. Sennò di questi bellissimi giochi non rimane nient'altro che uno scatto d'orgoglio generale di rapida obsolescenza. Tutti gli atleti che hanno partecipato a questa Paralimipiade, a nostro giudizio, valgono ben più che le medaglie d'oro, d'argento o di bronzo. Hanno già vinto le proprie sfide, gettando il cuore oltre gli ostacoli e dimostrando che l'Uomo è ancora capace di cose straordinarie.
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Andrea Cuscona è giornalista pubblicista dal 2005, catanese, classe '82, laureato in Culture e linguaggi per la comunicazione. “È impossibile non comunicare”. Da questo innato meccanismo parte la sua propensione al giornalismo e alla scrittura, declinati attraverso varie esperienze su carta stampata, TV, radio e web. Si considera uno spirito libero, è impegnato in cause sociali e coltiva diverse passioni.







