Bio-vendette e migrazioni selvagge: la dura realtà della Sardegna

CAGLIARI - Ciliegie, uva, olive, lattuga e germogli. Il prelibato cesto di primizie di stagione acquistato nei pittoreschi mercatini rionali? Sì, ma non in Sardegna. Ad esclusione del frutto della vite, per la verità una delle vere forme d’eccellenza di una terra da sempre culla degli uvaggi da vino, sembrerebbe che tutto il resto stia desolatamente scarseggiando sulle tavole degli isolani a causa di... cervi, daini e cornacchie. E se non si parla ancora di inversione di tendenza bio-ritmica, poco davvero ci manca.
Interi branchi pronti a dar battaglia pur di accaparrarsi il cibo quotidiano, acqua ed un clima più consono al loro tranquillo vivere. Un bisogno legato alla diversità creatasi tra ambienti naturali di ieri e oggi, devastati dalla mano selvaggia dell’uomo e colpiti senza rimedio dall’imprevedibilità (ampiamente annunciata) dell’ecosistema. In un mix davvero esplosivo di cause ad averne la peggio è, niente di meno che l’uomo. Ed è qui l’inversione di tendenza.
Da diversi mesi le campagne del Cagliaritano e del Medio Campidano risultano spoglie e vuote di tutte le primizie stagionali perché prese d’assalto. Puntuali, efficaci e spietati, i tour con cui centinaia di esemplari di cervo e daino mettono a ferro e fuoco i campi coltivati del centro-sud dell’Isola costituiscono una vera razzia difficile da sostenere per agricoltori ed allevatori. Messi in ginocchio dalle scorribande senza controllo degli animali che, per necessità e per l’approvigionamento di cibo, scendono dalle montagne verso le valli. E qui è solo un “si salvi chi può”.
I cervi mangiano i germogli, le piante delle coltivazioni intensive, la frutta a bacca e a chicco, e quando questa è ancora amara ed acerba la buttano via lasciando agli agricoltori di zona solo le tracce del loro infernale passaggio. E anche la conta dei danni.
Vendette all’inverso, mettiamola così, pianificate dal naturale bisogno di un clima più consono alla loro sopravvivenza: ed ecco che le recinzioni dei campi vengono sistematicamente divelte, le piante completamente scorticate ed i rami strappati. I maschi aprono la strada, le femmine cercano cibo. Un sistema che non prevede ostacoli per la voracità di chi sa di dover trovar rimedio, anche a costo di far strage di foglie, piantine e frutta in tutta l’area dove abbondano coltivazioni da campo, oliveti, vigneti e ciliegeti.
È una routine quotidiana che nella sua triste puntualità non sembra aver via d’uscita: gli ortolani piantano con amore lattuga e gli altri germogli consci di ritrovarsi, la mattina seguente, con l’intero campo depredato dal passaggio delle cornacchie. Voraci, crudeli e forse anche furbe. Afferrano con il becco le pietre o il guscio delle noci per lanciarle dall’alto e rompere i vetri delle serre. Figuriamoci che malefica astuzia.
Nel solo hinterland cagliaritano, si calcola che oltre la metà delle colture a campo aperto sia stata letteralmente divorata dagli uccelli in soli 5 mesi, contribuendo, così, ad uno scempio visibile a vista d’occhio passeggiando negli orti ormai a chiazze. Danni per svariate decine di migliaia di euro, raccolti praticamente ridotti al nulla ed il serio pericolo che gli animali costituiscano un rischio non solo per i campi, ma anche per le abitazioni circostanti.
Non bastasse la grande distribuzione dell’ortofrutta che vanifica il sacrificio di migliaia di piccoli coltivatori, oltre alle virosi ed al maltempo, a far paura è ora la necessità disperata di sostentamento degli animali, resi sì tanto crudeli dalla mancanza di acqua e cibo. Che la natura abbia davvero deciso di presentare il conto?
Immagini:
Campi coltivati del Campidano, razziati dalle cornacchie. Foto tratta da unionesarda.it
Esemplare di cervo sardo adulto in cerca di bacche. Foto tratta da naturamediterraneo.com
La "carroghedda", cornacchia sarda che depreda campi e serre. Foto tratta da juzaphoto.com
A cura di Riccardo Anastasi
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