
Fiumi nel mondo: la metà alterati dalle attività dell’uomo

«Secoli di attività antropiche come la pesca eccessiva, l'inquinamento dell'acqua, l’introduzione di specie aliene, l’occupazione delle rive e il cambiamento climatico hanno provocato alterazioni e danni agli ecosistemi fluviali e soltanto il 14% dei fiumi con popolazioni ittiche sembra essere sfuggito ai danni più gravi».
A dirlo un gruppo internazionale di ricercatori guidati dall’Università di Tolosa che, in uno studio pubblicato sulla rivista Science ed intitolato Human impacts on global freshwater fish biodiversity, sono giunti alla conclusione che l’intervento dell’uomo, in particolare negli ultimi 200 anni, può essere associato ad una serie di danni a livello di ecosistemi provocati a più della metà dei fiumi del mondo.
Fiumi e laghi ricoprono meno dell’1% della superficie del Pianeta, ma sono fondamentali per la biodiversità globale, alimentando un’ampia varietà di ecosistemi vitali che sono in grado di fornire cibo e acqua pulita a milioni di persone. La ricerca ha vagliato l’impatto antropico in quasi 2.500 fiumi, occupandosi di 10.682 specie di pesci, 170 delle quali si sono già estinte in determinati bacini fluviali, un numero già significativo che potrebbe essere, secondo gli esperti, anche sottostimato.
«Il 23% delle specie di pesci d’acqua dolce è attualmente considerato a rischio e questi ecosistemi non potranno essere ripristinati facilmente una volta persi. Per salvaguardare i fiumi, dobbiamo regolamentare le attività svolte dalle grandi aziende e allo stesso tempo lavorare sugli individui, ricostruendo un rapporto con i fiumi, reintroducendo le specie perdute, dove possibile, e sensibilizzare tutti sull’importanza delle realtà fluviali», sottolinea uno degli autori dello studio, Guohuan Su dell’Università di Tolosa.
Per valutare e confrontare l'impatto delle attività umane sulla biodiversità nelle diverse regioni della Terra, i ricercatori hanno creato un indice specifico, denominato Cumulative Change in Biodiversity Facets (CCBF), che viene calcolato sulla base di sei parametri (cambiamento della ricchezza tassonomica; cambiamento della ricchezza funzionale; cambiamento di ricchezza filogenetica; cambiamento di dissomiglianza tassonomica; cambiamento di dissomiglianza funzionale; cambiamento di dissomiglianza filogenetica). Applicato ai dati di 2.456 bacini fluviali, dimostra che addirittura il 53% ha subito forti ripercussioni in termini di biodiversità, soprattutto nelle regioni temperate. I bacini meno alterati si trovano soprattutto in Australia e nelle regioni tropicali dell'Africa, sono per lo più di piccole dimensioni e supportano quasi 3.900 specie, circa il 21% della fauna acquatica mondiale. Concentrare solo su queste aree gli sforzi di conservazione della biodiversità non permetterebbe di raggiungere gli obiettivi internazionali fissati per il 2030, dunque, concludono gli scienziati, bisogna proteggere anche le aree già compromesse dalla presenza dell'uomo.
«Le aree più colpite sono stati i luoghi con una popolazione ampia e ricca come l’Europa occidentale e il Nord America. Questo lavoro mostra che non apprezziamo ciò che dovremmo, il che sta provocando cambiamenti climatici, alterazioni della fauna selvatica, perdita di spazi naturali e disconnessioni con la natura», aggiunge Frankie Mayo, attivista della UK Youth Climate Coalition.
Insomma, se vogliamo avere un futuro, urge un cambiamento radicale nel nostro modo di rapportarci con il Pianeta che ci ospita!
Foto di copertina: Pixabay
Leggi anche i seguenti articoli
www.ilpapaverorossoweb.it/article/aea-la-natura-europa-grave-e-costante-declino
www.ilpapaverorossoweb.it/article/acqua-dipenderemo-sempre-di-più-dalle-risorse-idriche-di-montagna
www.ilpapaverorossoweb.it/article/30-anni-il-numero-di-insetti-di-terra-si-è-ridotto-di-un-quarto
www.ilpapaverorossoweb.it/article/antibiotici-nei-fiumi-del-mondo-trecento-volte-oltre-i-limiti
clicca e scopri come sostenerci







