Medicine (eco)tossiche: il problema dei FANS

Autore:
Luca Talamona
01/04/2021 - 04:41

Ciò che riteniamo utile per la nostra salute spesso può rivelarsi un agente dannoso per il benessere dell’ambiente. Quando assumiamo un medicinale, non è immediato rivolgere il nostro pensiero alle possibili ripercussioni sugli ecosistemi causate dalla dispersione nei comparti ambientali di tali sostanze.

Che si tratti di un mal di testa difficile da sopportare, di reumatismi o altre condizioni che richiedono l’utilizzo di un antinfiammatorio o un analgesico, è molto probabile che ci troveremmo nella situazione di dover assumere un medicinale ricadente nella categoria dei FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei).

Ibuprofene, diclofenac e paracetamolo sono solo alcuni dei più conosciuti FANS presenti in commercio. Essi rappresentano una delle classi di medicinali tra le più utilizzate in tutto il mondo. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha stimato che nel 2019 in Italia i cittadini abbiano speso più di 500 milioni di euro in FANS, senza contare l’utilizzo in campo veterinario.

La comunità scientifica posiziona i FANS tra i principali contaminanti emergenti, ovvero tra quelle sostanze i cui effetti nocivi nei confronti dell’ambiente sono stati scoperti solamente di recente e non se ne conoscono ancora dettagliatamente i meccanismi di azione, la portata e i danni che possono interessare i vari compartimenti ambientali. Gli ecosistemi maggiormente suscettibili a questo nuovo tipo di inquinante sembrerebbero essere quelli acquatici, dal momento che questi farmaci, per le loro proprietà chimiche, tendono a persistere proprio nei corsi d’acqua. Tra tutti i farmaci rinvenibili negli ecosistemi acquatici, circa il 15% sembrerebbe appartenere alla categoria dei FANS, e la loro presenza è stata registrata in concentrazioni considerevoli almeno una volta in tutti i principali corsi d’acqua del Pianeta.

L’aumento così consistente di concentrazioni ambientali di FANS non è dovuto essenzialmente all’immissione tramite rifiuti biologici umani e animali (principalmente attraverso le feci), ma si pensa che gran parte dei residui di antinfiammatori presenti nelle acque naturali sia derivante da un non corretto smaltimento delle dosi non consumate. Pensiamo, ad esempio, al diclofenac, principio attivo alla base dei più comuni antinfiammatori acquistabili in farmacia; esso è venduto in diverse forme farmaceutiche a seconda del tipo di trattamento necessario: compresse, creme, cerotti, fiale per iniezioni ecc. Lo smaltimento errato di tutte queste forme è molto più comune di quanto si pensi, e se questo fatto è rapportato con la mole di consumo pro capite, ecco che sarà sempre più facile rilevare concentrazioni significative negli ambienti naturali.

Ma quali danni possono comportare agli equilibri naturali?

Sebbene l’ambiente naturale sia in grado di eliminare biologicamente questa tipologia di composti, le quantità immesse continuamente nell’ambiente non permettono alla natura stessa di compensare questo flusso potenzialmente tossico sempre più cospicuo, causando i più disparati problemi. Ciò che preoccupa i ricercatori è il vedere la lista delle specie biologiche suscettibili a questi farmaci aumentare dopo ogni studio effettuato. Sono stati infatti riscontrati danni fisiologici e al DNA in diverse specie di anfibi e pesci, tra cui alcune di interesse economico ed alimentare. Gli effetti tossici si è visto essere estesi anche a comunità di organismi che sono alla base della catena alimentare di questi fragili ecosistemi, il cui impoverimento andrà a lungo andare a compromettere inevitabilmente la qualità ecologica delle nostre risorse naturali. Per questo motivo è importante considerare i possibili effetti eco-tossicologici dei nuovi composti prima di introdurli in commercio. La regolamentazione ambientale di prodotti farmaceutici e chimici in generale è obbligatoria con l’introduzione del REACH (Registration, Evaluation and Authorization of Chemicals) a livello Europeo: questo regolamento relativo alla registrazione, valutazione ed autorizzazione dei prodotti chimici obbliga i produttori ad effettuare test che possano fornire informazioni esaustive sugli eventuali rischi per l’ambiente naturale in caso di dispersione volontaria ed involontaria. Oltre alla regolamentazione istituzionale, è però importante che anche il singolo consumatore sia consapevole del corretto utilizzo di ogni prodotto, dal momento che la salvaguardia delle risorse naturali non può prescindere dalla responsabilità individuale.

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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