Museo Archeologico “Paolo Vagliasindi” di Randazzo: testimonianza della grecità in Sicilia

Autore:
Angela Strano
01/12/2022 - 01:23

Un luogo dell’anima della cittadina di Randazzo, nel cuore del centro storico, un luogo che riconduce all’epoca greca, tanto fiorente quanto ricca di reperti che la testimoniano. Il Museo Archeologico “Paolo Vagliasindi” porta chi lo visita ad un’altra dimensione, di millenni fa, di cui mantenere e preservare le fonti.

Il Museo trova ubicazione al Castello Svevo, un tempo adibito a carcere. In precedenza aveva la sua sede presso Palazzo Vagliasindi, danneggiato da un bombardamento nel 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale. Esso consta dei reperti facenti parte della collezione di Paolo Vagliasindi, capostipite dell’omonima famiglia nobiliare e fondatore del Museo. I reperti risalgono ai secoli VI-IV a.C. e la gran parte di questi sono stati rinvenuti nella contrada Sant’Anastasia di Randazzo.

Il percorso museale è davvero suggestivo; si incomincia con la Sala “de li crozzi”, che ospita due pithoi.

Si tratta di due grandi contenitori in terracotta per portate solide o liquide (la parola greca in italiano può tradursi con il termine “giara”). Il pithos è un tipo di manufatto risalente al periodo greco antico, ma riscontrabile pure nella Preistoria; i recipienti esposti, infatti, provengono proprio da queste due epoche. In Sicilia la produzione di pithoi risale al 2000 a.C., nell’Età Antica del Bronzo, i cui primi reperti sono stati trovati proprio lungo le grotte dell’Etna. Il pithos di epoca greca è stato rinvenuto in contrada Donna Bianca; sul corpo del vaso è presente un’iscrizione in caratteri greci. Si pensa che il recipiente abbia contenuto dei liquidi, per la presenza di un beccuccio sul fondo. Esso probabilmente è stato adoperato presso un insediamento stabile o stagionale.

Si prosegue verso la Sala Oinochoe Vagliasindi, con l’omonimo vaso a figure rosse rappresentante il mito delle Arpie. Lungo le vetrine, trovano esposizione oggetti e utensili in bronzo, nonché una collezione numismatica con manufatti risalenti dall’età greca a quella borbonica. La ceramica attica a figure rosse risale al 530 a.C. e riscuote grande curiosità e successo. Altri reperti che incarnano questo stile artistico sono le lekythoi, contenenti oli profumati e rappresentanti figure isolate, e gli skyphoi, contenitori per bere raffiguranti la dea Atena e un atleta.

La visita continua con la Sala Ionica: qui troviamo il famoso gruppo di balsamari, cioè contenitori per oli profumati e balsami, dalle forme di animali, delle kotylai, una collana e un ariballo (piccolo vaso per profumi e oli), entrambi di origine fenicia.

Nelle vetrine si espongono numerose ceramiche di stile ionico e corinzio. In merito alla ceramica ionica, essa culmina nel VI secolo, diffondendosi lungo il bacino mediterraneo. L’argilla che la compone è rossastra e giallastra, la pittura è di vernice nera; i manufatti corrispondono soprattutto a coppe, vasi plastici, piatti, anfore miniaturistiche.

La ceramica corinzia trova invece composizione con un’argilla giallastra, la quale assume delle variazioni cromatiche. Essa si realizza col tornio e poi avviene la pittura, solitamente con della vernice nero-bruna; i motivi raffigurati sono principalmente animali mitologici. Nel Museo Archeologico di Randazzo si trovano vari tipi di vasi, come un ariballo e due pissidi dallo stile corinzio, che nel 590-570 a.C. raggiunge l’apice.

Peculiare è la Sala Ceramica Nera, con molte varianti di manufatti, quali skyphoi, pissidi, gutti, coppette, lekythoi, tutti legati alla quotidianità. La vernice adoperata è nera e lucente e ricopre tutto il vaso. La cottura dell’argilla avviene in tre fasi, cioè ossidante, riducente e di raffreddamento, per fissare il colore. La ceramica attica a vernice nera raggiunge la massima diffusione nella prima metà del V secolo, giungendo non solo lungo tutto il bacino mediterraneo, ma anche sul mar Nero.

La Sala Attica Figurata comprende delle lekythoi sia più grandi che più piccole, quattro pissidi e due oinochoi dalla forma di testa femminile. Si risaltano i dettagli con la tecnica del graffito. In questo stile artistico (secoli VIII-VII a.C.), sul vaso ancora umido e dall’argilla diluita, i pittori rappresentano le sagome con la vernice nera, dalla brillantezza metallica. Una produzione che diminuisce nella prima metà del V secolo, con l’affermarsi della ceramica attica a figure rosse.

Il percorso si conclude con la Sala Ellenistica, con ceramiche sia di questo periodo sia proto-siciliote. I vasi presentano sia decorazioni figurate sia stampate con base nera. Nella sala trovano posto pure statuette di terracotta e oggetti legati alla quotidianità. La ceramica italiota e siceliota si colloca in un arco di tempo che va dalla seconda metà del V secolo a.C. ai primi decenni del III secolo a.C.. Come tipologia di vasi, al Museo Archeologico di Randazzo si trovano pure un lebes gamikos, una hydria, una lekanis, tutti di uso quotidiano.

La collezione Vagliasindi, ricchissima di reperti, permette, attraverso gli oggetti cui sono stati legati i nostri antenati, di fare un vero e proprio viaggio nel tempo, un viaggio che senza alcun dubbio non possiamo che consigliarvi di intraprendere.

 

Fotografie di Angela Strano

 

In copertina: La ceramica attica a vernice nera.

All’interno del pezzo: a) I due pithoi conservati presso la Sala “de li crozzi”; b) Vari tipi di reperti.

 

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