“Squali nel Mediterraneo, allarmismo inutile”: parola all'esperta

CATANIA – Come ogni estate, il Mediterraneo è teatro di avvistamenti (veri o presunti) di squali. Il tam tam mediatico, la cassa di risonanza offerta dai social networks e una parte della stampa contribuiscono a diffondere le notizie. Anche le coste siciliane, in questo 2016, hanno visto affiorare dalla superficie del mare pinne di squali e, in alcuni casi, foto e video di bagnanti ne hanno immortalato la presenza, anche a pochi metri dalla battigia. C'è da preoccuparsi, dunque? È normale la presenza di questi antichi abitanti di mari e oceani nel nostro bacino Mediterraneo? Che cosa ci dice la scienza? Abbiamo intervistato la professoressa Venera Ferrito, ricercatore di Anatomia Comparata e Citologia all'Università degli studi di Catania presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche ed Ambientali, Sezione di Biologia Animale "Marcello La Greca".
Professoressa, il Mediterraneo è un habitat molto ricco: che caratteristiche peculiari presenta rispetto ad altri ecosistemi marini?
“Il Mediterraneo viene definito un mare semichiuso o anche un sistema oceanico isolato. Esso scambia acqua, sale e calore con l’Oceano Atlantico, attraverso lo stretto di Gibilterra ed è composto da due bacini, occidentale ed orientale, connessi dallo stretto di Sicilia o Canale di Sicilia. E’ un mare singolare sia dal punto di vista idrogeologico e della circolazione delle acque (correnti superficiali e profonde) che per il suo popolamento animale e vegetale, le cui peculiarità sono da ascrivere a diversi fattori ecologici attuali (ad esempio, la posizione geografica del nostro mare fa si che esso si trovi al limite tra i mari caldi dell’emisfero meridionale e quelli freddi del nord) ma anche ad eventi storici paleogeografici e paleoecologici. A tal riguardo, il Mediterraneo si può considerare una parte residuale dell’antico Mar della Tetide, un mare equatoriale che si estendeva da est a ovest e che separava, all’inizio del Mesozoico (circa 200 milioni di anni fa) i due subcontinenti della Pangea: Laurasia nell’emisfero boreale e Gondwana nell’emisfero australe.
L'attuale biodiversità marina del Mediterraneo è anche il risultato della sua tormentata storia geologica. Sebbene l’estensione superficiale del Mar Mediterraneo sia pari soltanto allo 0.82% dell’intera superficie oceanica del globo terrestre, esso ospita più di 8500 specie di organismi marini macroscopici (visibili ad occhio nudo, tra piante, animali invertebrati e vertebrati) che corrispondono, a seconda del gruppo considerato, al 4%-18% delle specie marine del mondo (Bianchi e Morri 2000). Si tratta di una ricca biodiversità che viene costantemente minacciata dall’importante impatto antropico sull’ecosistema marino e la presenza di almeno 100 aree marine protette all’interno del bacino testimonia la grande preoccupazione manifestata dai diversi stati che si affacciano sul Mediterraneo nel tentare di preservare tale biodiversità”
Gli squali sono presenti da sempre: quali sono le specie che transitano o stanziano nei nostri mari?
“Nel Mediterraneo sono presenti circa quaranta specie di squali la maggior parte delle quali vive in profondità, per cui raramente si verificano interferenze tra di esse e l’uomo. Sono tutte specie predatrici che si nutrono di invertebrati (soprattutto crostacei e molluschi) e di pesci. Una specie è addirittura planctivora, il cosiddetto squalo elefante (Cetorhinus maximus Gunnerus, 1765) che si nutre infatti nuotando a bocca aperta e con le fessure branchiali ben spalancate per filtrare l’acqua. Alcune specie invece sono costiere e sono quelle che sono più facili da avvistare. La specie più comune nel nostro mare, fino al 1980, era lo squalo grigio, Carcharhinus plumbeus (Nardo, 1827), che è stato purtroppo sottoposto ad una eccessiva pressione di pesca.
Per tale motivo la specie è stata inserita nella lista rossa IUCN (International Union for Conservation of Nature) in quanto minacciata di estinzione. C’è da dire comunque che nel 2014 la IUCN ha purtroppo assegnato un triste primato al nostro mare che viene considerato un hotspot per la drammatica diminuzione delle specie di Condroitti (squali e razze) con il 42% delle specie minacciate di estinzione. Inoltre, molte specie di squali presentano una vulnerabilità intrinseca legata allo loro stessa biologia; ciò perché vivono più a lungo, si accrescono lentamente raggiungendo altrettanto lentamente la maturità sessuale, presentano una bassa fecondità; tutto ciò comporta un lento recupero delle popolazioni in declino”
La loro presenza è un buon segno? Indica uno stato di buona salute delle acque?
“Sicuramente la presenza delle varie specie non fa altro che garantire un buon livello di biodiversità che garantisce a sua volta un buon funzionamento dell’ecosistema marino; direi quindi che ci dovremmo preoccupare di più non potendo constatare la ricchezza di specie una volta presente nel Mediterraneo piuttosto che preoccuparci di avvistare qualche esemplare che più che minacciare l’uomo è sua vittima”
Ve ne sono di potenzialmente pericolosi o letali per l'Uomo?
“Inutile negare che diverse specie di squali sono potenzialmente pericolosi per l’uomo. Nella cronaca sono presenti diverse segnalazioni di attacchi a subacquei e naufraghi; tuttavia, il rischio di attacchi da parte di squali nel Mar Mediterraneo è ritenuto piuttosto basso, il primato in tal senso spetta alle acque australiane. Lo squalo bianco, Carcharodon carcharias, lo squalo pinna nera minore, Carcharhinus limbatus, la verdesca, Prionace glauca sono giudicate specie potenzialmente pericolose per l’uomo sebbene le interazioni siano da considerarsi soltanto occasionali. A tal riguardo sul sito del Museo di Storia Naturale della Florida (http://www.flmnh.ufl.edu/fish/isaf/what-are-odds/risks-comparison/risk-death) è possibile prendere visione di una tabella dove sono stati riportati vari fattori ed il corrispondete rischio di poter provocare in un anno la morte di un uomo. Ebbene la probabilità di morire d’infarto è pari a 1 su 5 e quella di morire attaccati da uno squalo 1 su 3.748.067”
E altri pesci o mammiferi?
“I pesci teleostei e i mammiferi acquatici indigeni del Mediterraneo non comprendono specie potenzialmente pericolose per l’uomo. Per quanto riguarda i pesci alcune specie quali gli scorfani, ad es. Scorpaena porcus, Scorpaena scrofa, e le tracine, ad es. Tarchinus draco, Trachinus radiatus, presentano i raggi della pinna dorsale i primi e aculei dorsali le seconde collegate a ghiandole del veleno che possono provocare ferite molto dolorose ma niente di più. Per quanto riguarda i mammiferi acquatici direi che anche in questo caso è l’uomo che minaccia, con l’inquinamento anche acustico, la loro sopravvivenza e non il contrario”
Cosa possiamo dire rispetto ai tanti avvistamenti degli ultimi tempi? C'è troppo allarmismo?
“Possiamo semplicemente dire che l’avvistamento di uno squalo, nel caso cui si fa riferimento sembra sia stato avvistato una squalo bianco, deve sicuramente indurre alla prudenza ma l’allarmismo mediatico mi sembra eccessivo. La specie in questione a causa delle occasionali interazioni in alcuni casi letali con l’uomo, è stato sottoposto ad un esagerato attacco mediatico e addirittura in Australia, si intende procedere ad uccisioni programmate, per rendere sicure le spiagge per i bagnanti. In pratica la specie è stata inserita nella lista rossa della IUCN in quanto specie globalmente vulnerabile ed è da considerare specie protetta CITES (Convention on International Trade in Endangered Species). Anche per quanto riguarda il Mar Mediterraneo la specie è ritenuta in pericolo”
Vi sono specie tropicali di pesci che stanno invadendo il Mediterraneo. Cosa comporta ciò?
“Si, il problema delle bioinvasioni nel Mediterraneo è di grande attualità ed sta suscitando molta preoccupazione nel mondo scientifico. L’introduzione di specie ittiche aliene nel Mediterraneo può avvenire attraverso l’acquacoltura con l’introduzione di specie utilizzate per allevamenti intensivi; attraverso la navigazione con l’introduzione di specie presenti nelle di acque di zavorra rilasciate da navi che transitano nel nostro mare, e naturalmente attraverso l’apertura di corridoi come ad es. il Canale di Suez. Oltre la metà delle specie alloctone nel Mediterraneo, provengono dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez, sfortunatamente la più efficace opera dell'uomo al Mondo nel favorire le invasioni biologiche, seconda solamente al trasporto involontario mediante acque di zavorra (Drake e Lodge, 2004). Ecco perché la realizzazione del raddoppio del Canale di Suez, avvenuta senza alcuno studio di impatto ambientale ha suscitato particolare preoccupazione tra i biologi marini (Galil et al. 2015 a,b) anche in considerazione del fatto che il riscaldamento delle acque del Mediterraneo favorisce ulteriormente la diffusione di specie tropicali.
Attualmente il numero di NIS (non indigenous species ) nel Mar Mediterraneo è pari a 726 che rappresenta il numero più elevato riscontrato nei mari europei (tale numero è comunque in crescita). Di esse ben 614 hanno popolazioni stabili nel Mediterraneo. E’ singolare notare che il 40.5% di specie ittiche aliene siano state segnalate per la prima volta nel Mediterraneo dopo il 2001, mentre le rimanenti specie (59.5%) sono state rinvenute in un arco temporale di 118 anni (dal 1882 al 2000). E’ stato accertato che le specie aliene sono generalmente aggressive, si diffondono rapidamente e riescono a prevalere su quelle locali con la conseguente perdita di biodiversità. Sono inoltre arrivate specie pericolose anche per l’uomo come ad es. Il pesce teleosteo Lagocephalus sceleratus, il pesce palla argenteo, proveniente dall’oceano Indiano e dal Pacifico. Un’altra specie particolarmente invasiva è il pesce flauto, Fistularia commersonii, anch’esso proveniente dagli oceani Indiano e Pacifico. E’ un predatore vorace e aggressivo che si nutre di avannotti di pesci bentonici anche di interesse commerciale”
Cosa può e deve fare l'Uomo per preservare i mari?
“Semplicemente rendersi conto che siamo quasi arrivati ad un punto di non ritorno e che i nostri comportamenti presenti e futuri saranno decisivi per la sopravvivenza di molti ecosistemi e soprattutto di quello marino. Esistono sulla carta leggi, trattati, convenzioni stipulati a livello nazionale e internazionale che insistono sulla protezione dell’ambiente ma che sembrano esistere soltanto per essere disattesi. Ci dobbiamo rendere conto che la responsabilità collettiva è composta dall’insieme delle responsabilità di ogni singolo individuo e che ognuno di noi ha il diritto/dovere di conoscere e di agire di conseguenza. In tale contesto, emerge prepotentemente la responsabilità dei formatori a tutti i livelli (scolastico, universitario) e degli organi di informazione. Tra questi due pilastri della società civile, formazione e informazione, si dovrebbe instaurare una più stretta alleanza per assicurare la distribuzione della conoscenza sui molteplici aspetti delle tematiche ambientali, in quanto la conoscenza crea sensibilità e questa genera rispetto”
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Andrea Cuscona è giornalista pubblicista dal 2005, catanese, classe '82, laureato in Culture e linguaggi per la comunicazione. “È impossibile non comunicare”. Da questo innato meccanismo parte la sua propensione al giornalismo e alla scrittura, declinati attraverso varie esperienze su carta stampata, TV, radio e web. Si considera uno spirito libero, è impegnato in cause sociali e coltiva diverse passioni.







