Salute degli italiani, più precaria dopo tre anni di Covid-19

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Redazione
28/06/2022 - 16:49

Dopo oltre due anni di pandemia, la salute degli italiani appare sempre più precaria: hanno giocato un ruolo chiave nell’indebolirla diversi fattori, da un lato il fatto che ci si è recati meno alle visite di controllo (con un peso elevato soprattutto sulle cronicità) e specialistiche, dall’altro il peggioramento, per molti versi, degli stili di vita degli italiani sopraffatti dalla pandemia: per esempio dal 2019 al 2020 si è assistito a un aumento dei consumi a rischio di alcolici pari al +6,5% per i maschi e al +5,6% per le femmine. Inoltre, complici le chiusure e le restrizioni, è diminuita anche la quota di sportivi regolari.
L’emergenza Covid-19 ha avuto un impatto molto forte sulle strutture sanitarie: il rischio del contagio, il rinvio delle attività chirurgiche programmate e di quelle ambulatoriali, la riorganizzazione delle strutture di assistenza e la riallocazione del personale, l’assorbimento pressoché totale delle risorse territoriali nella lotta alla pandemia hanno determinato una riduzione della presa in carico e della continuità assistenziale per i pazienti con patologie acute e croniche, con conseguenze in termini di salute ancora poco conosciute e quantificabili, ma i cui effetti si paleseranno sulla società e sui servizi sanitari probabilmente nei prossimi anni.
I dati parlano chiaro, si sono ridotte le visite specialistiche, infatti, se nel 2019 sono state erogate circa 26 milioni e 600.000 prime visite, nel corso del 2020, le prime visite sono diminuite di circa un terzo, ammontando a circa 17 milioni e 700.000. Sempre nel 2019, sono state erogate circa 32 milioni e 700.000 visite di controllo. Nel 2020, anche le visite di controllo sono diminuite di circa un terzo, ammontando a circa 22 milioni e 500.000.
Si sono ridotti gli interventi programmati che sono strategici per la prevenzione e contrastano la mortalità evitabile. Un esempio per tutti, l’intervento di bypass coronarico: nel 2020, un valore pari a 76,6 per 100.000, in diminuzione rispetto al 2019 (100,9 per 100.000).
Con la pandemia si sono ridotte anche le coperture vaccinali: nel 2020 nessuna vaccinazione obbligatoria raggiunge il target raccomandato dall’OMS del 95%. Nell’ultimo anno i valori di copertura più alti si osservano per Tetano (94,04%), Pertosse (94,03%) e Poliomielite (94,02%), mentre Parotite (92,47%), Rosolia (92,21%) e Varicella (90,28%) presentano i valori più bassi.
Anche il Servizio Sanitario Nazionale ha subito notevoli contraccolpi: c’è stata una contrazione notevole dei proventi propri delle aziende sanitarie (per esempio ticket e libera professione). I dati relativi alla compartecipazione alla spesa farmaceutica indicano una netta diminuzione: se nel periodo 2016-2019 ammontava a 1,6 miliardi (mld) medi annui, nel 2020 scende a 1,5 mld e tra gennaio-maggio 2021 è pari a 0,6 mld. Anche i proventi per l’assistenza specialistica appaiono ridotti: nel periodo 2016-2019 ammontavano a 1,8 mld annui; nel 2020 calano a 1,2 mld; tra gennaio-maggio 2021 il dato è di 0,6 mld.
È quanto emerge in estrema sintesi dal XIX Rapporto Osservasalute 2021, curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtali, spin-off dell’Università Cattolica, presso il campus di Roma. Questa nuova edizione di 655 pagine è frutto del lavoro di 240 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso università, agenzie regionali e provinciali di sanità, assessorati regionali e provinciali, aziende ospedaliere e aziende sanitarie, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco, Istat.
«La crisi sanitaria innescata dalla pandemia ha avuto effetti rilevanti sulle prestazioni ospedaliere. I dati del XIX Rapporto Osservasalute prendono in considerazione gli effetti dell’emergenza sanitaria sui ricoveri ospedalieri per patologie a elevato impatto sociale quali: protesi d’anca, somministrazione di chemioterapia in regime di RO e DH, assistenza per i pazienti diabetici, all’infarto miocardico acuto, malattia polmonare cronica ostruttiva (BPCO)», sottolinea il direttore scientifico di Osservasalute, Alessandro Solipaca.
«È un segnale che, durante il Covid, è peggiorata la tempestività di certe prestazioni, con probabili ripercussioni sulla salute e la qualità della vita degli anziani», aggiunge Solipaca.
«Vedremo solo con il tempo gli effetti dello tsunami Covid-19 sulla salute degli italiani e sull’equilibrio del sistema sanitario, senza considerare il profondo impatto che sta avendo e avrà sempre di più in futuro il long-Covid, che colpisce una cospicua quota di guariti, con sintomi persistenti che richiedono di essere monitorati e gestiti. Gli ultimi dati disponibili mostrano l’Italia prima in Europa con il più basso tasso di mortalità evitabile, infatti il tasso di mortalità evitabile era per quell’anno di 169 per 100.000 abitanti, ma resta da vedere se l’impatto che il Covid ha avuto su salute e comportamenti degli italiani e su efficacia di prevenzione e cura del sistema sanitario ci consentirà di mantenere questo primato per gli anni a venire», sottolinea il professor Walter Ricciardi, direttore di Osservasalute e ordinario di Igiene Generale e Applicata alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica.
Per esempio, anche se la quota di fumatori in Italia si va progressivamente riducendo, si vede che, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), durante il lockdown sono diminuiti i fumatori di sigarette tradizionali, ma sono aumentati i consumatori di tabacco riscaldato e sigaretta elettronica (nel 2020, il 2,5% della popolazione di età 18 anni ed oltre dichiara di utilizzare la sigaretta elettronica), alto il numero anche di chi li ha provati per la prima volta proprio durante il lockdown. Tra i fumatori di sigarette tradizionali chi non è riuscito a smettere ha invece aumentato il numero di sigarette fumate. In alcune regioni la quota dei fumatori è aumentata in modo significativo, ad esempio la Lombardia, al quinto posto tra le regioni dove si fuma di più, mostra un incremento significativo di 2,4 punti percentuali rispetto al 2019 e arriva al 19,6% di fumatori.
Alcol, una pessima abitudine foraggiata dallo stress da pandemia
Anche i consumi di alcolici sembrano aver risentito della pandemia: la prevalenza di consumatori a rischio in Italia, nel 2020, è pari al 22,9% per gli uomini e al 9,4% per le donne. Per gli uomini si registra, rispetto al 2019, un aumento a livello nazionale del 6,5% e a livello regionale del 27,0% in Molise, del 19,3% nella PA di Bolzano, del 17,9% in Veneto e del 15,0% in Lombardia. Per le donne si osserva un incremento complessivo delle consumatrici a rischio del 5,6% e a livello regionale soprattutto in Emilia-Romagna dove la prevalenza è passata dal 10,7% nel 2019 al 14,1% nel 2020. Nel corso dell’anno in cui è iniziata la pandemia si è assistito a una complessiva diminuzione degli astemi e dei non consumatori di bevande alcoliche.
Italiani a tavola, il Covid ha cambiato le portate
Anche sul fronte dell’alimentazione la pandemia ha determinato dei cambiamenti, non sempre positivi: secondo un’indagine condotta dall’Istat nel mese di aprile 2020 e nel periodo dicembre 2020-gennaio 2021 ha messo in luce che ad aprile 2020, nel periodo del primo lockdown, il 38,5% delle persone ha modificato le proprie abitudini alimentari, quota che scende al 21,5% durante la fase II (dicembre 2020-gennaio 2021). Tra i cambiamenti di abitudine, il più frequente è l’aumento nelle quantità di cibo. Infatti, un quarto della popolazione di età 18 anni ed oltre riferisce di aver mangiato di più durante il primo lockdown (25%), con quote particolarmente elevate tra i più giovani (39,5% tra i ragazzi di età 18-24 anni). Nella fase II la percentuale di coloro che hanno aumentato le quantità di cibo si dimezza (12,5%) e le differenze per età si attutiscono, ma rimane più elevata la percentuale di giovani di età 18-24 anni (18,5%).
La pandemia ha pesato anche sulle bilance degli italiani, sempre più sovrappeso e sedentari
Nel 2020, si conferma che il 36,1% della popolazione adulta è in eccesso di peso, mentre più di una persona su dieci è obesa (11,5%); complessivamente, il 47,6% dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale.
Quanto all’attività fisica nel 2020 la praticava poco più di un italiano su 3 sopra i tre anni di vita, il 36,6% della popolazione, pari a circa 21 milioni 396.000 persone.
Tuttavia rispetto agli ultimi anni precedenti, non si osserva uno spiccato aumento nella quota dei continuativi, molto probabilmente anche a causa della pandemia e delle restrizioni che hanno portato alla chiusura dei centri sportivi, palestre, piscine.
In particolare, durante il lockdown (aprile 2020) il 22,7% della popolazione adulta di età 18 anni ed oltre (pari a circa 11 milioni e 400 mila individui) ha praticato attività fisica o sportiva organizzandosi prevalentemente presso la propria abitazione, sfruttando anche gli eventuali spazi aperti disponibili come balconi, giardini condominiali e giardini privati (94,0%). Diversamente da quanto visto generalmente, non si osservano significative differenze di genere e la quota di donne che dichiarano di aver praticato attività fisico-sportiva è sovrapponibile a quella degli uomini (23,5% vs 21,9%, rispettivamente).
Tuttavia, a dicembre 2020, si è fortemente ridotta la quota di persone di età 18 anni ed oltre che hanno praticato attività fisico-sportiva attestandosi al 14,3% in un giorno medio (-8,4 punti percentuali rispetto ad aprile 2020). Su tale evidenze, molto probabilmente, ha inciso la ripresa delle attività lavorative fuori casa e un ritorno a ritmi di vita più simili al periodo pre-pandemico che hanno ridotto la possibilità di svolgere attività sportiva all’interno delle mura domestiche. Nello stesso tempo, la chiusura pressoché totale di palestre e centri sportivi e la possibilità di svolgere l’attività fisica e sportiva quasi esclusivamente all’aperto, ha aumentano la pratica in spazi aperti non pertinenti all’abitazione che è cresciuta dal 7,3% (aprile 2020) al 49,1%, mentre la pratica di attività in casa, pur restando alta, si è ridimensionata, passando dal 94,0% al 59,7%.
Malattie croniche, con il Covid i pazienti hanno “perso la bussola”, tra appuntamenti mancati e difficile aderenza alle terapie
Il Covid non ha giovato neppure sul fronte di prevenzione e gestione di malattie croniche come il diabete, tra appuntamento e visite di controllo saltate a causa dell’emergenza pandemica. Nel 2020, la prevalenza del diabete in Italia si attesta al 5,9% della popolazione (era il 5,7% nella precedente edizione del rapporto), una patologia spesso associata alla presenza di obesità e a comportamenti sedentari. Infatti, se complessivamente tra la popolazione adulta di età 18 anni ed oltre la prevalenza di diabete è pari al 7,0%, tra gli adulti obesi la quota di persone con patologia diabetica raggiunge il 15,0%, ed è in crescita di 4,5 punti percentuali rispetto al 2001. Nella fascia di età 45-64 anni la quota di soggetti affetti da diabete e obesità è pari all’11,3% e raggiunge il 32,6% tra gli anziani di età 75 anni ed oltre; tale quota, anche in questo caso, è in crescita rispetto al 2001. Tra gli uomini si passa dal 7,0% di diabete nella popolazione generale al 12,8% tra gli obesi, mentre tra le donne la distanza è più marcata, passando dal 6,9% al 17,3%.
Con il Covid una pandemia di disagio psichico
L’OMS ha più volte lanciato l’allarme sugli effetti a lungo termine della pandemia sulla salute mentale a livello globale: ad esempio, in un rapporto OMS basato sulla revisione complessiva dei dati sull’impatto del Covid sulla salute mentale e sui servizi di salute mentale è emerso che solo nel primo anno di pandemia vi è stato un massiccio aumento a livello globale della prevalenza di ansia e depressione, che ha segnato un +25%. Altri studi parlano di casi di depressione triplicati a causa della pandemia. Per quanto per l’Italia manchino dei dati definitivi, si rileva che nel 2020 il consumo di antidepressivi è aumentato in tutte le regioni rispetto al 2019, con il più alto incremento in Umbria (da 55,1 a 57,1 DDD/1.000 ab die; +3,6%) e il più basso nella PA di Bolzano (da 56,0 a 56,1 DDD/1.000 ab die; +0,2%).
Fortunatamente, rispetto al contesto europeo, l’Italia mostra prevalenze inferiori alla media europea riguardo la presenza di sintomi depressivi: la stima è pari al 4,2% vs 7,0% media dell’UE per le persone di età 15 anni ed oltre, e tra gli adulti (15-64 anni) il divario è anche superiore (3,0% vs 6,4%). Tassi elevati si riscontrano in Francia, Svezia e Germania (rispettivamente, 10,8%, 10,5% e 9,4%) e i più bassi, al di sotto del 3%, in Grecia e Cipro. Ma resta da quantificare l’impatto reale della pandemia su salute e benessere psichico del belpaese.

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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