Clima: dove sono finite le stagioni? Parola all'esperto Antonello Pasini

ROMA - Basta una semplice osservazione quotidiana, da “profani”, per capire che il clima sta mutando, molto velocemente. Alle nostre latitudini assistiamo a fenomeni atmosferici di grande portata e sempre più distribuiti in maniera anomala dell'arco dei 12 mesi, senza che si possano più rintracciare davvero le stagioni e le loro peculiarità. Che sia un fattore di rischio per tutti e per la nostra stessa salute è ormai chiaro. La responsabilità dell'uomo, nella modificazione del clima a livello globale, è assolutamente evidente.
Abbiamo intervistato il dottor Antonello Pasini, esperto del clima, ricercatore presso il CNR – IIA, ossia il Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto sull'Inquinamento Atmosferico di Roma. Lo studioso ci ha spiegato cosa sta accadendo nel Mondo e anche nel nostro sistema, quello Mediterraneo:
Il clima, a livello mondiale, sta cambiando e ogni giorno assistiamo a fenomeni di grossa portata. Che succede al pianeta?
Molto semplicemente, stiamo assistendo ad uno sbilanciamento tra l’energia entrante nel pianeta e quella uscente. Sappiamo che il Sole ci manda energia tramite la luce solare e che la Terra in parte la riflette e in parte la assorbe e la riemette sotto forma di radiazione infrarossa. Ebbene, oggi è più l’energia che entra rispetto a quella che esce. Non è colpa del Sole, che anzi negli ultimi decenni ha un po’ diminuito la sua emissione di radiazione, ma dell’aumento di alcuni gas come l’anidride carbonica che hanno la capacità di intrappolare la radiazione infrarossa e di non farla uscire verso lo spazio. Tutto ciò determina un aumento medio delle temperature e questo surplus di energia crea anche i fenomeni violenti che purtroppo abbiamo sperimentato spesso negli ultimi tempi.
Nell'area del Mediterraneo quale è lo scenario?
Il Mediterraneo è una zona molto sensibile ai cambiamenti globali perché si trova tra i deserti dell’Africa settentrionale e il continente europeo. L’aumento di temperature globali porta a cambiamenti nella circolazione a grande scala e ad ampliare la zona sub-tropicale, che, specie in estate, si porta verso le coste settentrionali del Mediterraneo. In questi casi si accentuano le condizioni di siccità che, se perduranti, possono portare a fenomeni di desertificazione. Nel contempo aumentano le piogge violente di origine temporalesca, con conseguenze per il dissesto del territorio, e non solo.
Veniamo a noi. L'Italia, da sempre, ha goduto di un buon clima ma da alcuni anni la pioggia torrenziale, il caldo prolungato e la conseguente siccità, il freddo e la neve in zone in cui prima quasi non si registravano tali fenomeni sono indici di un mutamento rischioso per noi tutti?
Si cominciano a notare i primi segni di ciò che i nostri modelli vedono per il futuro di questo secolo da poco iniziato. In particolare, ondate di caldo sempre più frequenti ed intense, piogge forse meno abbondanti in quantità totale stagionale o annuale, ma concentrate in meno giorni caratterizzati da precipitazioni più violente. Inoltre, le ondate di freddo sono comunque ancora possibili e quando queste vengono dopo periodi particolarmente caldi producono impatti talvolta devastanti, come le gelate tardive sulle piante in fiore.
In questo scenario quanta responsabilità ha l'uomo e l'inquinamento indotto dalle attività antropiche?
Il clima è un sistema complesso e per capire le cause del suo cambiamenti vanno pesate tutte le influenze più importanti, da quelle naturali come il Sole e le eruzioni vulcaniche, fino a quelle di origine umana, come le emissioni di vari inquinanti e la deforestazione. I modelli climatici standard ci fanno vedere che senza gli influssi antropici il riscaldamento degli ultimi 60 anni non ci sarebbe stato. I risultati di questi modelli sono affetti da una certa dose di incertezza e alcuni li criticano fortemente: in realtà più sul web che sulle riviste scientifiche. In ogni caso, insieme ad alcuni colleghi, ho sviluppato e applicato allo studio dei cambiamenti climatici modelli di tipo completamente diverso, come i modelli a rete neurale e quelli di Granger causality. Il risultato è stato sostanzialmente lo stesso: le cause principali del riscaldamento globale recente sono da attribuirsi alle attività umane
Quali sono gli scenari futuri?
Non esiste una previsione univoca di quello che succederà. E questo perché molto dipende da ciò che faremo noi umani. Continueremo a bruciare carbone e petrolio come oggi? Continueremo a deforestare? Oppure cambieremo rotta? Si possono fare vari scenari di sviluppo socio-economico del mondo. A ciascuno di questi scenari corrisponde uno scenario climatico previsto. La comunità scientifica ha posto come obiettivo per evitare gli impatti più deleteri dei cambiamenti climatici la soglia di un aumento massimo di 2°C rispetto alla temperatura media globale dell’era pre-industriale. Ciò vorrebbe dire diminuire in maniera molto drastica le emissioni di CO2 e di altri gas che alterano il clima. Nonostante le dichiarazioni di principio, gli impegni concreti assunti alla recente Conferenza sul clima di Parigi non consentono di raggiungere questo obiettivo. Si pensa ad un aumento di 3°C per fine secolo. In questo senso è importante però capire che non si tratta soltanto di sudare un po’ di più. Quel grado in più potrebbe portare a cambiamenti climatici difficilmente gestibili a livelli di impatti sui territori, gli ecosistemi, l’uomo con la sua agricoltura di sussistenza nei Paesi poveri, le sue migrazioni, ecc.
Come è possibile intervenire, sulla base delle conoscenze scientifiche in nostro possesso, per frenare questi cambiamenti?
Dato che le cause del cambiamento climatico recente sono essenzialmente umane, siamo noi che dobbiamo fare qualcosa. In concreto bisognerà pensare di uscire dal tipo di economia basata sul bruciare combustibili fossili: è da questo che viene emessa l’anidride carbonica. La produzione di energia con fonti diverse da carbone e petrolio è essenziale per raggiungere l’obiettivo di contenere i cambiamenti climatici.
La climatologia in Italia, a suo giudizio, riveste un ruolo adeguato alla sua importanza scientifica? Rispetto ad altri Paesi come ci collochiamo?
Assolutamente no. Non esistono corsi di laurea in climatologia e i finanziamenti nel settore languono. E’ ovviamente una situazione abbastanza comune a tutti i settori di ricerca in Italia, ma in quest’area ciò è particolarmente grave perché l’Italia è molto vulnerabile, come si può ben vedere anche solo dalle catastrofi periodiche che ci interessano con una frequenza sempre più alta.
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Andrea Cuscona è giornalista pubblicista dal 2005, catanese, classe '82, laureato in Culture e linguaggi per la comunicazione. “È impossibile non comunicare”. Da questo innato meccanismo parte la sua propensione al giornalismo e alla scrittura, declinati attraverso varie esperienze su carta stampata, TV, radio e web. Si considera uno spirito libero, è impegnato in cause sociali e coltiva diverse passioni.







