Un minore su cinque non fa attività fisica: le condizioni economiche, familiari e geografiche incidono

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Redazione
21/07/2021 - 05:12

Per molti, ma sicuramente non per tutti. Parliamo di sport e di quanto sia, come vedremo, poco praticato da bambini e ragazzi. Una sedentarietà che ha dietro più di una motivazione (mancanza di tempo, poco interesse per le varie discipline sportive, scarse possibilità economiche, assenza di spazi adatti per l’attività fisica sia all’aperto che al chiuso) e che, non dimenticando quanto importante possa essere lo sport nell’età dello sviluppo, va assolutamente scoraggiata.

A presentare questa fotografia è il Rapporto Nazionale sui Minori e lo Sport, realizzato dall’Osservatorio promosso dalla fondazione Con i Bambini e Openpolis nell’ambito del Fondo per il Contrasto della Povertà Educativa Minorile.

Come detto, lo sport ha un ruolo chiave nella crescita dei ragazzi. Rispetto ai disagi causati dalla pandemia sui giovani, si è molto discusso di quelli legati alla didattica a distanza e alle dotazioni tecnologiche, ma è stato meno approfondito l’impatto su bambini e ragazzi della chiusura di impianti sportivi, parchi e in generale dei luoghi dove fare sport. Al pari dell’educazione, si tratta di un aspetto da non sottovalutare. Partiamo dai dati.

Nel 2019, quindi già prima delle chiusure causate dal Covid-19, quasi un giovane su cinque era sedentario: oltre il 18%, tra i bambini di 6-10 anni e gli adolescenti di 15-17 anni, quasi il 16% nella fascia 11-14 anni e oltre il 40% tra i più piccoli (3-5 anni). Soprattutto in questa fascia d’età, nell’ultimo biennio rilevato si è registrata una contrazione. La pandemia è quindi intervenuta in un contesto dove la sedentarietà tra i minori si stava riducendo. Il 45,4% delle ragazze tra 6 e 24 anni fa sport in modo continuativo. Tra i maschi della stessa età la quota sale al 58,5%. La sedentarietà comporta rischi per la salute, specialmente laddove associata ad altri stili di vita poco sani, ad esempio per quanto riguarda l’alimentazione, con conseguente sovrappeso e obesità. Al contrario, fare movimento fin dall’infanzia, ed acquisire uno stile di vita attivo, è essenziale per una crescita sana.

Tra i più piccoli (3-10 anni) il nuoto è uno degli sport più praticati: il primo tra le bambine (48,7% di chi fa sport) e il secondo tra i bambini (39,4%), a poca distanza dal calcio (43,7%). Tra gli adolescenti maschi (11-19 anni) si conferma la prevalenza del calcio (58,4%), del nuoto (18,9%, in calo rispetto al 39,4% rilevato a 3-10 anni), seguiti da pallacanestro, ginnastica e arti marziali (tutti attorno al 10% circa). Tra le adolescenti i più citati sono danza (28%), ginnastica (25,1%), nuoto (al terzo posto con il 23,2% dei praticanti, in calo rispetto al 48,7% della fascia 3-10 anni) e atletica leggera, footing e jogging (10,7%).

Gli sport praticati sono cambiati nel corso degli anni. Tra le bambine con meno di 10 anni è aumentata soprattutto la categoria residuale degli altri sport (comprendente quelli nautici, altri con la palla come rugby e pallamano, etc.). Rispetto al passato, i maschi con meno di 10 anni praticano di più soprattutto le arti marziali (+3,9 punti), gli altri sport (+2,6), l’atletica leggera (+1,7) e il calcio (+1,4).

Ma quali sono le motivazioni che portano bambini e ragazzi a non praticare alcuno sport? Tra i più piccoli, nella fascia 3-5 anni, il motivo indicato più spesso è l’età del bambino. Nelle altre classi di età, l’inattività viene ricondotta a una mancanza di tempo e interesse. Tali risposte crescono all’aumentare dell’età del bambino. Ma non sono infrequenti anche cause legate alla condizione economica del nucleo familiare. Queste riguardano il 20% dei ragazzi tra 11 e 17 anni e quasi il 30% dei bambini tra 6 e 10 anni. Altra causa non irrilevante è quella legata alla mancanza di impianti o la scomodità degli orari di apertura (circa un decimo delle risposte dai 6 anni in su). La disomogeneità dell’offerta sul territorio di servizi sportivi e impianti, ci conduce all’importanza di valutare soprattutto in chiave locale le differenze nell’accesso alla pratica sportiva.

Nel confronto tra regioni, l’attività sportiva per i giovani tra 3 e 17 anni risulta più frequente soprattutto nel Lazio, in Umbria e in Toscana. In base ai dati elaborati per il Gruppo CRC in queste regioni la quota di minori che fa sport con continuità supera il 60%. Mentre le regioni al di sotto della media nazionale sono tutte del Sud. In particolare in Campania e Sicilia meno di un terzo dei bambini e ragazzi pratica sport con continuità. Come anticipato, la condizione economica del nucleo d’origine può essere uno dei fattori che incidono. In questo senso, il fatto che le regioni agli ultimi posti per pratica sportiva continuativa tra i minori siano Calabria, Campania e Sicilia fa riflettere. Si tratta delle regioni dove, in base alle rilevazioni censuarie, si registrava la quota più elevata di famiglie in potenziale disagio. In secondo luogo, un altro fattore cruciale è anche l’offerta di impianti disponibile sul territorio. La carenza di strutture, la mancata manutenzione, l’assenza di soggetti che le gestiscano in modo strutturato e continuativo è sicuramente uno degli elementi più importanti, come messo in luce anche dalle rilevazioni dell’Istat.

LE SFIDE POSTE DAL COVID: SPORT ALL’APERTO E BAMBINI

La pandemia ha inciso fortemente sulla possibilità di fare sport, per tutti. L’elevato rischio di contagio ha infatti imposto la necessità di intervenire, anche dal punto di vista normativo, per trovare un equilibrio tra le limitazioni agli spostamenti e lo svolgimento dell’attività fisica. Anche per questo, fin dai primi provvedimenti nel periodo pandemico, è stata introdotta la possibilità di svolgere esercizio fisico all’aperto in forma individuale, mantenendo le distanze di sicurezza.

Prima della pandemia, i minori praticavano prevalentemente sport in spazi chiusi: meno di un giovane su quattro fa sport in spazi all’aperto non attrezzati, contro il 41,9% dell’intera popolazione. E anche l’attività in spazi all’aperto attrezzati coinvolge solo il 14-18% dei minori, contro una media del 24,8%. È ancora presto per poter disporre di dati aggiornati sulla pratica sportiva dei più giovani, dopo il Covid. Un dato già acquisito però è che le aree dove fare sport all’aperto sono divenute essenziali in quest’emergenza, anche per la pericolosità di farlo in ambienti chiusi. Cioè proprio i luoghi che ragazze e ragazzi, prima della pandemia, frequentavano più spesso. Tali ragioni spingono ad interrogarsi sulla possibilità dei territori di rispondere a questa nuova esigenza.

LA PRESENZA SUL TERRITORIO DI AREE SPORTIVE ALL’APERTO

Le aree sportive all’aperto includono tutte le superfici adibite a campi sportivi, piscine, campi polivalenti, aule verdi e altri spazi con funzioni ludiche e ricreative. Parliamo di circa il 4% del verde urbano nei capoluoghi italiani, con una rilevante variabilità territoriale. Nelle città del Nord-Est e del Centro Italia queste rappresentano circa il 5% del verde urbano. Le città del Nord-Ovest e delle Isole si collocano sulla media nazionale, mentre nei capoluoghi del Sud si tratta di circa il 2% del verde esistente.

Per i 2,7 milioni di bambini e ragazzi con meno di 18 anni che vivono nelle città capoluogo sono a disposizione in media circa 9 metri quadri a minore. Anche in questo caso, è forte la variabilità tra le aree del Paese. Nei capoluoghi del Nord-Est si raggiunge il dato più elevato (19,9 metri quadri per minore). Quelli del Centro Italia si trovano poco sotto la media nazionale, con 8,2 metri quadrati. Più lontane le città del Nord-Ovest (6,8 mq), quelle delle Isole (5,3) e quelle del Sud continentale (4,8). In altri termini, nelle città del Nord-Est si trova il 18% dei minori e quasi il 40% delle aree sportive all’aperto presenti nei capoluoghi italiani. In quelle del Sud il 19% dei minori e solo il 10% delle aree sportive all’aperto. Rapporto sfavorevole anche per le città del Nord-Ovest (24% dei minori, 18% delle aree sportive) e per quelle delle Isole (11%, 7%), mentre maggiormente equilibrato al Centro (28% dei minori, 26% delle aree sportive). Nelle città del Mezzogiorno, al contrario del Nord-Est, troviamo meno aree sportive che possono essere utilizzate dai minori, nel 96% dei capoluoghi del Sud continentale le aree sportive all’aperto non raggiungono i 15 metri quadri per minore. L’unica città del Sud a superare i 15 mq per minore è Benevento (38,1). Superano comunque la media nazionale (9 mq) anche altri quattro comuni: Catanzaro, Andria, Teramo e Potenza. Nelle Isole l’offerta media più elevata rispetto al Mezzogiorno cela comunque uno squilibrio interno. Dopo Oristano, solo Cagliari (17,1) ed Enna (16,7) superano i 15 mq per minore. Mentre quasi il 60% dei capoluoghi meridionali non raggiunge la media nazionale di 9 metri quadri per abitante con meno di 18 anni.

Prendendo i singoli comuni, tra le dieci città con più aree sportive all’aperto per minore, otto si trovano nel Nord-Est. L’altra, oltre alla sarda Oristano, è la laziale Rieti, primo capoluogo del Centro Italia con 39,4 mq per minore. Per il Centro, ai primi posti, con oltre 30 mq pro capite, si trovano anche Grosseto, Firenze e Fermo. Mentre sono ultime, con meno di 1 mq per minore, Roma e Livorno. Nel Nord-Ovest, all’offerta di Vercelli, Lodi e Mantova (tra 35 e 40 mq) si contrappongono quelle di Milano e Genova (meno di 1 mq).

LA PRESENZA DI STRUTTURE SPORTIVE NELLE SCUOLE

In base alle indagini dell’Istituto di Statistica, nel 2015 oltre il 20% dei giovani che non svolgevano attività fisica nella fascia 6-17 anni non praticava alcuno sport anche per motivi economici. Per molte famiglie quindi l’attività fisica dei propri figli rischia di essere un lusso. Una situazione, come abbiamo già visto, ulteriormente aggravata dalla pandemia.

L’attività svolta in orario scolastico può rappresentare quindi per molti giovani una delle poche occasioni per praticare uno sport. È anche per questo motivo che l’educazione fisica è considerata a pieno titolo una disciplina didattica. Solo il 40,8% degli istituti scolastici in Italia è provvisto di palestra o piscina. A livello regionale, solo in due casi gli istituti scolastici dotati di strutture sportive sono più del 50%. Si tratta del Friuli-Venezia Giulia dove a fronte di circa 1.000 scuole presenti quasi 600 sono dotate di palestre (il 57,8%) e del Piemonte dove invece le scuole con palestra sono circa 1.600 su un totale di oltre 3.000 (il 51%). Al terzo posto c’è la Toscana con il 48%.

Agli ultimi posti, con meno di 3 edifici scolastici dotati di impianti su 10, troviamo invece Calabria (20,5%) e Campania (26,1%). È interessante notare che le due regioni che presentano la percentuale più bassa di palestre nelle scuole – Calabria e Campania – siano anche tra quelle con il minor numero di ragazzi e ragazze che praticano sport con continuità. Questo aspetto però non riguarda solo il Sud. Infatti, anche tre regioni nel Nord Italia si trovano al di sotto della media nazionale. Si tratta della Valle d’Aosta (39,3%), dell’Emilia-Romagna (34,8%) e della Liguria (40,2%). Allo stesso tempo, possiamo osservare come alcune regioni del Meridione abbiano dati superiori. Tra queste, l’Abruzzo (40,9%), la Basilicata (41%), la Sardegna (42,4%) e la Puglia (46,3%).

Scendendo a livello locale possiamo osservare come tra le prime 15 province italiane in base alla percentuale di scuole dotate di palestre o piscine, ci siano tre province su quattro del Friuli-Venezia Giulia. Ai primi due posti della classifica troviamo Pordenone (65,1%) e Trieste (61%), mentre Udine (57,8%) si trova al quarto posto, superata dalla provincia toscana di Prato (58,9%). È interessante notare che in questa classifica, è presente una sola provincia piemontese, seconda regione in Italia considerando i dati a livello regionale. Si tratta della Città Metropolitana di Torino (57,7%). Al contrario, sono presenti in questa classifica alcune province situate all’interno di regioni che presentano un dato inferiore alla media nazionale. È il caso ad esempio di Caltanissetta (54,9% a fronte di una media siciliana del 36,7%) e Savona (54,9% rispetto al 40,2% della Liguria). Da segnalare, infine, i numeri elevati di due città metropolitane: Roma e Firenze si collocano infatti rispettivamente al dodicesimo e tredicesimo posto con una percentuale vicina al 55%.

Passando ad analizzare le quindici realtà con i numeri più bassi, possiamo osservare come molte di queste si trovino al Sud. Spicca il caso della Calabria, le cui province occupano le prime cinque posizioni della classifica. Un dato che ribadisce quanto emerso nel confronto regionale. Situazione analoga anche per la Campania, ad eccezione di Avellino (31,3%). Da sottolineare però anche la presenza di alcune province del Centro-Nord. Tra queste Rimini (23,6%), Modena (28,3%), Perugia (28,9%), Rieti (29%) e Rovigo (29,9%). Da notare infine che, nonostante un dato regionale piuttosto basso, l’unica provincia siciliana a rientrare in questa classifica è Messina con il 23,9%.

Un ultimo elemento che vale la pena analizzare riguarda la presenza delle strutture sportive all’interno delle scuole che si trovano nelle aree periferiche del Paese. Il maggior numero di strutture sportive scolastiche si concentra nei comuni polo e nei poli intercomunali. In questi centri circa il 45% delle scuole ha la palestra annessa. Seguono poi i comuni di cintura che fanno parte dell’hinterland dei poli (40,9%), i comuni intermedi (36,3%), quelli periferici (36%) e infine gli ultra-periferici (35,9%). In questi contesti spesso le strutture scolastiche rappresentano una delle poche alternative (se non l’unica) che bambini e ragazzi hanno a disposizione per praticare sport.

(Fonte: Ufficio Stampa Con i Bambini/Openpolis)

Foto di copertina: Pixabay

 

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