Per l’agricoltura biologica ci vogliono i semi giusti

Autore:
Redazione
22/04/2021 - 04:18

Secondo la FAO, negli ultimi cento anni, è scomparso il 75% delle specie vegetali impiegate in agricoltura. Un dato che deve farci riflettere su come sia assolutamente necessario ripristinare quel patto uomo-natura che è stato, negli ultimi decenni, disatteso permettendo il dominio delle monocolture su scala industriale e la concentrazione di poche sementi in mano alle multinazionali. Senza dimenticare, poi, che tra le principali cause della perdita di biodiversità troviamo appunto l’uso sempre più ridotto di varietà vegetali coltivate in porzioni di territorio sempre più estese.

La giusta via da seguire per rigenerare la terra, tra l’altro rispettando anche la strategia europea del Farm to Fork che si pone l’obiettivo ambizioso di avere il 25% di coltivazioni biologiche entro il 2030, è stata recentemente proposta in un web talk, Dal seme alla tavola (From Seed to Fork), che, organizzato da Slow Food Italia e NaturaSì, in collaborazione con la Fondazione Seminare il Futuro, nell'ambito di Terra Madre - Salone del Gusto, ha visto la discussione incentrarsi sul come costruire e sostenere un nuovo sistema alimentare a partire proprio dai semi.

Va subito detto che a produrre il 60% dei semi venduti in tutto il mondo sono solo quattro aziende, le stesse che producono pesticidi e concimi impiegati nell’agricoltura industrializzata. Questo modello ha dimostrato di avere effetti negativi sulla biodiversità agricola ma anche su ambiente e salute umana. Inoltre, parte delle sementi utilizzate non èriproducibileoppure l’autoriproduzione a cura dell’agricoltore non risulta interessante perché instabile e poco produttiva.

«Ci sono sempre più piante apirene (senza semi) e questa è una delle follie dei nostri tempi: non permettere alle piante di riprodursi da sole e lasciare che poche aziende possano governare il mercato delle sementi», ha detto Stefano Mancuso, botanico dell'Università di Firenze.

L’agricoltura biologica necessita di varietàlocali”, legate cioè alle caratteristiche delle aree di produzione, oppure selezionate in modo specifico per una pratica agroecologica in grado di svilupparsi pienamente in campi dove la chimica di sintesi non viene impiegata.

Il bio copre oggi l’8% delle terre agricole europee (in Italia questo dato sale al 15,8%): per moltiplicare i campi bio così come indica il Green Deal, occorre però partire dall’inizio e cioè da semi adatti. Semi che siano in grado di produrre piante con radici ramificate e profonde, in grado di “andarsi a cercare” il nutrimento che non viene fornito in forma immediata dai fertilizzanti chimici di sintesi. Semi che, ad esempio, diano vita a piante di frumento alte, in grado di competere con le erbe infestanti. O che siano in grado di far fronte, anche per diversità e varietà, ai cambiamenti climatici.

«Il biologico vive di biodiversità. L’agricoltura così come è stata concepita a partire dalla metà del secolo scorso punta sulla semplificazione: gli stessi semi, e, quindi, le stesse piante alimentari, dalla Finlandia al Vietnam al Cile. Questo è possibile attraverso l’uso di pesticidi e fertilizzanti che rendono omogeneo l’ambiente di crescita ma che allo stesso tempo sono causa dell’inquinamento dell’acqua, del suolo, dell’aria. Una diversa agricoltura parte anche dal seme giusto e questo richiede un lavoro lungo e puntuale per selezionare i semi del futuro», ha detto Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSì.

La ricerca per il miglioramento genetico biologico necessita di «tempi lunghi, fino a 10-15 anni, e i fondi pubblici sono scarsi, ma tutte le nostre varietà di semi sono libere di essere riprodotte ed utilizzate da altri genetisti» ha aggiunto Federica Bigongiali, direttrice della Fondazione Seminare il Futuro.

«I semi devono essere considerati un bene comune, perché sono alla base della nostra vita, essenziali alla sopravvivenza del Pianeta. E mettere la nostra esistenza in mano a poche aziende non è giusto oltre che pericoloso. Non va trascurato, poi, che le grandi aziende che hanno il controllo delle sementi sono leader nella produzione di pesticidi e diserbanti. Quindi, c’è un intreccio tra chi produce semi e input chimici per il terreno. Tutti noi abbiamo un dovere preciso nei confronti dei semi: proteggerli, liberarli e condividerli per tutelare il patrimonio di diversità biologica e culturale che rappresentano, a prescindere dalla convenienza economica. Il percorso ha un punto di partenza: i contadini e la terra. Lo scopo è dare la possibilità agli agricoltori di produrre in modo sostenibile semi sani e in grado di rappresentare territori e culture», ha commentato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.

«Nella transizione ecologica la parola chiave deve essere rigenerare. Il problema che dobbiamo affrontare non è solo quello del contenimento degli effetti avversi della crisi ambientale ma la costruzione di un equilibrio duraturo, la cui chiave è la rigenerazione. E in questo senso il biologico, con il suo impegno verso pratiche rigenerative del suolo e l’utilizzo di semi buoni e a disposizione degli agricoltori, è un punto centrale», ha sottolineato in conclusione Maurizio Martina, vicedirettore generale della FAO.

(Fonte: ANSA/Slow Food - Foto di copertina: Pixabay)

 

Leggi anche i seguenti articoli

www.ilpapaverorossoweb.it/article/i-primati-green-del-made-italy

www.ilpapaverorossoweb.it/article/sicilia-e-puglia-al-top-ue-terreni-con-coltivazioni-bio

www.ilpapaverorossoweb.it/article/rete-soggetto-cibo-sicilia-parlano-i-protagonisti-valorizziamo-le-nostre-risorse

 

crowfunding adas

clicca e scopri come sostenerci